Eurovision Song Contest: la vera Europa

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Può piacere o no, le canzoni a volte sono dozzinali, ogni tanto scopriamo piccole perle, d’altronde come in ogni concorso canoro. Eppure, l’Eurosong è forse la rappresentazione più pulita e bella dell’Europa, come lo era giochi senza frontiere anni fa. E quest’anno a trionfare è l’Italia, col rock dei Måneskin.

I più grandicelli tra di voi si ricorderanno i due arbitri (amatissimi) di Giochi senza frontiere: Gennaro Olivieri e Guido Pancaldi e il loro immancabile “ trois…deux…un…” seguito dal fischio di inizio del gioco. Erano momenti magici in famiglia, si tifava la Svizzera con una freschezza e una gioia che non riscontravi in altri sport. Perché in fondo erano giochi buffi, divertenti, e il campanilismo era mitigato da quel senso di kermesse paneuropea.

L’Eurovision Song Contest, in fondo, è un po’ un erede di questo concetto. Certo, la manifestazione è completamente diversa, ma ha alla base lo stesso principio. Sono Paesi europei (a parte qualche eccezione incomprensibile ma che fa comunque colore) a confrontarsi in una gara che crea un tifo sereno e gioioso.

Ma c’è di più, con le canzoni, i Paesi portano anche la loro cultura e soprattutto il loro modo di pensare, che è percepibilissimo in certi casi come la piccola Islanda, col suo gruppo di ragazzini nerd variegati che non rispettano minimamente gli standard estetici comuni. E questa Europa è davvero avanti, perché è quella che fa presentare la kermesse a una transessuale e make up artist, coadiuvata da un’altra presentatrice di colore, entrambe dal fisico decisamente pienotto. Anche numerose cantanti, finalmente, rompono gli schemi con una fisicità gradevolmente curvy e portando avanti un modello che distrugge bellamente quello di modelle e cantanti anoressiche e longilinee.

E che dire degli artisti europei? Che una buona metà di loro ha origini di altri paesi, al di fuori dell’Europa o dentro, come il nostro cantante svizzero che, fino alla fine credevamo e abbiamo sperato vincesse, Gjon Muharremaj, di origini albanesi e kosovare, o come l’austriaco Vincent Bueno, di origini filippine, o ancora come il ceco Benny Cristo di padre Angolano.

Questa Europa mi piace perché è quella che vorrei, quella delle genti e delle culture, senza pregiudizi, che accoglie tutti e tutto. Un’Europa che crea colore, musica e incontri, che permette di essere avanti nei diritti civili e che è attenta alle minoranze.

Ieri sera c’è stata la finale, che ho guardato e seguito con grande entusiasmo, perché questa manifestazione mi mette pace nell’anima e riunisce la famiglia. Anche i miei figli, nati nell’era digitale e fruitori di Tik Tok e Instagram, abituati a una fruizione più frenetica, stranamente si sono fermati e hanno commentano volentieri le performances. Perché? Non ne ho idea. Mi piace pensare che quest’aria paneuropea che ricorda un po’ città dedite compulsivamente al melting pot come New York, sia in qualche modo attrattiva.

Abbiamo tifato per il bravissimo Gjon Muharremaj, come tifavamo per Xherdan Shaqiri quando giocava in nazionale e come tifavamo per la Svizzera a Giochi senza frontiere. Con la coscienza che la Svizzera è in Europa, ma soprattutto che la Svizzera sta diventando Europa senza nemmeno accorgersene. E ci è mancato poco che ci salisse, ieri sera, sul tetto d’Europa.

A strapparci l’ambito trionfo, quest’anno, il gruppo rock Måneskin che, con la loro “Zitti e buoni”, avevano già vinto il Festival di Sanremo. Innovativi, controcorrente, energici, giovani anche loro, e soprattutto i nostri vicini di casa, dato che provengono dall’Italia. 

Meno fortunato e felice il Regno Unito che, con James Newman e la sua “Embers”, si è piazzato all’ultimo posto su 26 partecipanti senza ottenere nessun punto dalle giurie o dal televoto. C’è da dire che non è la prima volta per gli inglesi tornare a casa con 0 punti (succedeva nel 2003, allora a gareggiare erano gli Jemini) e che, in generale, non sono mai stati amatissimi dal pubblico. Forse in questo caso a metterci lo zampino è stata anche la questione Brexit? Fuori dall’Europa e, di conseguenza, fuori anche dall’Europa? Tutto è possibile in questa Europa che si rincontra, che canta e che, a proprio modo, gioca anche a fare un geopolitica.

Ah, un’ultima cosa, se vi capita, guardatevi “Eurovision song contest, The story of Fire saga”, una commmedia buffissima, tenera e divertente, imperniata su un improbabile duo islandese che tenta la fortuna alla manifestazione europea, ne vale la pena. (guarda il trailer)

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