Facciamo i processi come in Ruanda

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Un caso recente di revenge porn, crea lo spunto per immaginare un nuovo sistema di giustizia, volto a ridurre il danno del crimine nella società.

Perché diciamocelo fuori dai denti, se ad esempio un tizio si prende 3 anni per stupro e poi in cella sghignazza con gli amici rievocando le sue prodezze, il sistema giudiziario ha fallito.

Lo spunto per discuterne, mi viene dal caso di qualche tempo fa, della maestra d’asilo che aveva perso il posto perché il suo fidanzato di allora aveva reso pubbliche delle immagini in atteggiamenti intimi con la ragazza. 

Il tribunale ha recentemente concesso al fidanzato la remissione della pena in cambio di un anno di lavori socialmente utili, in questo caso l’uomo si occuperà di allenare una squadra di giovanissimi con disagi.

“Ho fatto una sciocchezza e la sto pagando. Allenerò dei ragazzi disabili. Un’esperienza che mi arricchirà dal punto di vista umano”.

Più che una sciocchezza una vigliaccata, ma tant’è. Se questo agire, permetterà all’uomo di essere più consapevole degli altri, e di conseguenza più attento, sarà un successo. Tra l’altro la sentenza è leggera perché la nuova legge sul revenge porn, per sua fortuna, è entrata in vigore solo dopo i fatti e non è retroattiva.

A molti sembrerà una pena mite, eppure alla radice di questo pensiero, c’è proprio la consapevolezza di chi ha commesso il reato, nella ricerca di un sincero pentimento di fronte alla collettività.

Ad aiutarci a capire, uno dei peggiori genocidi del ventesimo secolo, quello ruandese del 1994. In seguito a dei tafferugli etnici alimentati ad arte da alcuni media, quasi un milione di Tutsi e di Hutu moderati furono uccisi a colpi di machete. Una tragedia inimmaginabile, spaventosa che però alla fine, ripristinato l’ordine, lasciava sul campo almeno 250’000 carnefici colpevoli, senza contare le altre persone coinvolte negli omicidi sistematici.

L’ONU istituì dei processi: pochi, costosi, macchinosi. 93 furono gli imputati condannati, una quantità risibile di fronte all’enormità del genocidio. Allora subentrò la giustizia tribale Ruandese, che ha un ottimo sistema di gestire queste cose.

Si chiamava “Gacaca”, che si traduce in “erba”, e sta a significare il cortile, la piazza del villaggio. Un sistema di giustizia tribale accettato da entrambe le fazioni. La differenza coi processi occidentali è abissale.

Il governo designò una lista di giudici che vennero eletti dalla popolazione. I processi gacaca prevedevano la partecipazione attiva della comunità: le famiglie delle vittime erano coinvolte nelle indagini e svolgevano pubblicamente l’interrogatorio. Il primo a parlare era sempre l’accusato, che veniva spronato a confessare di fronte alle famiglie.

Nella gacaca, particolare enfasi viene data all’onestà, alla necessità di riconciliazione per evitare il proseguire dei massacri e al sollievo delle persone colpite nel vedere il pentimento del criminale, appunto, di fronte alla collettività. 

Chi collaborava con la giustizia si vedeva ridurre la pena.

Un modo semplice e genuino, che si basava soprattutto sul pentimento e la riabilitazione piuttosto che sulla punizione.I risultati sono evidenti. I tribunali gacaca, a fronte dei 93 effettuati dall’Onu, hanno giudicato un milione e novecentomila persone, una cifra impressionante, per un milione e settecentomila condanne. Vogliamo parlare di soldi? Tutto questo è costato al Ruanda 48’000 dollari, perché in un paese così povero anche i soldi contano, e molto.

Il tribunale speciale dell’ONU era invece costato un miliardo e mezzo.

Questo per dire che sia il crimine sia la punizione, sono una questione di set mentale. Se continuiamo ad avere la mentalità vendicativa, unico scopo della pena sarà sempre umiliare ed annichilire chi ha commesso il delitto. Se invece intendiamo avere una società migliore è fondamentale che il criminale capisca il suo reato, si metta nei panni della vittima. E faccia in qualche modo ammenda di fronte alla sua società. Solo così avremo una maggiore certezza di evitare recidive.

Esperimenti in tal senso in alcuni paesi europei hanno dato ottimi risultati. 

Certo quando si vede il popolo dei forconi pronto a linciare uno o l’altro, come in un recente caso a Napoli (leggi qui sotto) 


sembra inutile. Eppure è fondamentale educare un nuovo pensiero, non buonista necessariamente, ma di certo utilitaristico: perché un criminale che non commette altri reati una volta fuori, è un vantaggio per tutta la nostra società.

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