Federalismo a pezzi? Non per Berset

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Si è tenuta nei giorni scorsi nel cantone di Basilea Città la sesta conferenza sul federalismo. Nel corso di quest’appuntamento che si svolge ogni quattro anni, com’era del resto prevedibile, si è cercato di chiarire, di fare il punto sullo stato di salute dell’assetto politico e amministrativo che ci caratterizza, che ha reso la Svizzera quella che è.  E tra gli ospiti che hanno tessuto le lodi del modello confederale elvetico c’era anche il Consigliere federale Alain Berset, secondo cui la pandemia ha rafforzato il federalismo. Ma è davvero andata così?

A spiccare, tra i Consiglieri federali che nel corso della pandemia sono finiti nell’occhio del ciclone, è stato proprio il socialista Alain Berset. “Berset può fare quello che vuole in Svizzera?” aveva tuonato l’UDC di fronte alle misure più severe adottate dal ministro a capo del Dipartimento federale dell’interno per contenere il diffondersi del Covid. Ma l’odio e le critiche più feroci nei confronti dell’operato del Consiglio federale e della Task Force di tecnici incaricata di consigliare il Consiglio, in questi mesi non si sono limitati alla politica. Insulti e minacce sono giunte da ogni dove, a partire ovviamente dai social.

Un fuoco incrociato che, con il passare del tempo, ha visto schierarsi, chi di qua, chi di là, un po’ tutti. Il PS svizzero ha ovviamente difeso Berset sottolineando il fatto che, nella lotta alla pandemia, la protezione della popolazione era da considerarsi prioritaria, facendo però nel contempo tutto il possibile per sostenere le attività economiche colpite dalle chiusure forzate. Quando poi la situazione si è fatta ulteriormente insostenibile è stato chiaro  che non era più il tempo delle chiacchiere, ma quello di assumersi le proprie responsabilità. E se c’è qualcuno che lo ha fatto mettendoci la faccia, gliene va dato atto, sicuramente è stato Alain Berset. 

Per lui la suddivisione del potere rimane ancora una delle grandi forze della Svizzera. E se la pandemia ha messo alla prova il sistema federalistico, lo ha fatto rafforzandolo. Eppure, malgrado Berset si ostini a voler vedere il bicchiere mezzo pieno, l’impressione di molti è che la crisi innescata dalla pandemia abbia casomai mostrato i limiti del federalismo, mettendone a nudo tutte le sue contraddizioni. Non di rado tra governo federale e cantoni c’è stato disaccordo e poca capacità di coordinarsi. La pandemia ha richiesto un indubbio sforzo di coordinazione, di comunicazione e i vuoti legislativi non hanno aiutato in una situazione di crisi. 

A riprova del fatto che la democrazia elvetica è ben aldilà dall’essere perfetta. Certo, non ci siamo trovati di fronte ad una nazione allo sbando, ma neppure possiamo dire che la Svizzera abbia brillato. A dirlo è stato per esempio, Nicolas Bideau, direttore di Presenza Svizzera, l’ufficio che promuove l’immagine della Svizzera all’estero. “Abbiamo avuto il nostro momento da primi della classe dopo la reazione delle autorità alla prima ondata del coronavirus, poi i voti dello studente modello sono precipitati di fronte alle cifre della pandemia”, ha dichiarato qualche settimana fa alla stampa.

Bideau ha inoltre ammesso che pure la Svizzera, anche noi “come tutti gli altri paesi, abbiamo avuto le nostre imperfezioni, i nostri momenti di tensione.” E così, al contrario del buon Berset, io non sono mica convinto che anche la prossima volta basterà giusto qualche chiarimento e lì dov’è necessario un po’ olio sugli ingranaggi o ancora semplicemente stringere qualche bullone per non rischiare che sia il caos a governarci invece del contrario. Mi chiedo davvero se non sia giunto il momento di riflettere seriamente sul federalismo, sui difetti e le carenze fatali che lo caratterizzano, piuttosto che quello delle pacche sulla spalla.

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