Funivia del Mottarone: schegge di lamiera

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Quattordici. È questo il numero delle vittime del grave incidente avvenuto ieri, poco dopo mezzogiorno, alla teleferica di Stresa-Mottarone, in provincia di Verbania-Cusio-Ossola. La caduta della cabina sarebbe da imputare al cedimento di un cavo nella parte più alta del percorso. Una tragedia che ha sconvolto l’Italia ma anche il Ticino.

Doveva essere una giornata come tante altre. Una bella e calda giornata di fine maggio, con l’estate a ridosso e la voglia di godersi il tempo in famiglia. Una gita da fare lassù, in montagna, con la cittadella di Stresa, affacciata sul lago Maggiore, che sembra quasi guardare e porgere un saluto, da laggiù.

Doveva essere la domenica della ripartenza, con l’allentamento delle misure anti Covid e la riapertura (avvenuta il 24 aprile) della funivia e della stagione turistica. 

Doveva essere, ma così non è stato per cinque famiglie, quattordici persone che, nel giro di venti minuti, si sono viste strappare via le proprie vite. 

Quel cavo d’acciaio spezzato

Era quasi giunta in vetta quando, d’un tratto, la fune portante ha ceduto, spezzandosi di netto, nel punto più alto del tragitto, all’altezza dell’ultimo pilastro. La cabina ha cominciato di colpo a retrocedere, sbattendo poi contro un pilone, prima di precipitare per diversi metri e finire nel bosco. 

Ridotta a un cumulo di lamiere, accartocciata quasi completamente su se stessa, fra due alberi di abete. Così è stata ritrovata e così si presentava la scena davanti agli occhi dei soccorritori che, suddivisi fra Soccorso Alpino, Vigili del Fuoco e Carabinieri, hanno lavorato tutto il pomeriggio sul luogo, non senza difficoltà, dato che l’area è molto impervia.

Una tragedia le cui cause sono ancora da chiare e su cui la procura di Verbania ha aperto un’indagine per omicidio colposo plurimo. Importanti lavori di manutenzione erano stati fatti, fra il 2014 e il 2016, tanto da rendere necessaria la chiusura totale della teleferica, oltre che altri controlli durante l’anno. Eppure, nonostante tutto ciò, il cavo si è staccato e i dispositivi di sicurezza non si sono attivati. 

Quindici vite fra le schegge di lamiera

Da quando l’avvenimento è stato reso noto le notizie si sono susseguite compulsive, e ogni informazione data era una fitta allo stomaco sempre più profonda. 

Erano nove all’inizio le vittime accertate, e due bambini i superstiti, di 9 e 5 anni, trasportati in codice rosso all’ospedale Regina Margherita di Torino. Poi il bilancio è salito a 12 e poi ancora a 13. Ed infine purtroppo 14 e la notizia che, il bambino più grande (poi scoperto avere in realtà 6 anni) non ce l’ha fatta, se n’è andato qualche ora più tardi in ospedale. Il più piccolo invece, nonostante i diversi traumi riportati, rimane stabile anche se molto critico. 

Poi, a questi freddi numeri è stato dato anche un nome e un cognome, una data di nascita e una nazionalità (addirittura l’indirizzo completo, ma stavolta la mia critica a questa scelta ve la risparmio). Un volto. Un legame parentale. Una storia. 

E così si scopre che fra i morti, c’è un altro bambino, di due anni. È il fratellino del piccino sopravvissuto a questa disgrazia. 

Lui, unico rimasto di quella famiglia di origini israeliane, ma residente a Pavia, che aveva deciso di passare insieme il fine settimana. Lui, che si è visto portare via papà (30 anni), mamma (26 anni), fratellino e i bisnonni (di 70 e 82 anni), giunti nel Bel Paese per far visita ai nipoti. 

Veniamo a sapere che tra le vittime c’è una coppia di baresi domiciliati a Piacenza: 45 anni il marito e 40 la moglie, compiuti  ieri. La gita era il regalo di compleanno per lei che, proprio qualche istante prima di prendere la funicolare e andarsene per sempre aveva scritto alla sorella: “Stiamo salendo”.

Scopriamo che vi è un altra coppia di ragazzi, fidanzati, di Varese ed entrambi sotto i trent’anni. Ad unirli la passione per la montagna, partiti insieme – mano nella mano – per una giornata fuori porta.

E poi un’altra ancora: una ragazza calabrese, 27enne trasferitasi a Verbania per lavorare come ricercatrice al Cnr, e il suo fidanzato, un ragazzo iraniano di 23 anni che studiava a Roma. 

E poi una quinta famiglia, completamente distrutta: papà, mamma e figlio, morto poco dopo in ospedale. Anch’essi di Varese.

Delle loro vite non voglio scavare o andare oltre. Non è giusto, meglio restare un passo indietro. Non salire sulla giostra della morbosità giornalista, come non salire su quella maledetta funivia per ricercare il dettaglio macabro, o cercare di descrivere gli ultimi istanti di queste persone. 

Non vi sono vittime di nazionalità svizzera ma il colpo è stato percepito forte e chiaro anche in Ticino. Perché è successo a due passi da noi, perché – che si viva in città o in valle – qui respiriamo tutti la montagna. 

Quattordici esistenze stroncate nel fiore dei propri anni. Poteva essere chiunque. Potevamo essere noi. In quella che doveva essere una giornata come le altre. 

È ancora da stabilire se a causare il disastro sia stata una fatalità non prevedibile o l’ennesimo caso di mala gestione. L’unica cosa che resta, per ora, oltre al profondo dolore, un prato, dove riposa una carcassa di metallo, bulloni e acciaio. E, attorno ad essa, tante piccole schegge di lamiera. 

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