Il pane perduto di Edith Bruck

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Che storia, quella di Edith Bruck. Una vita così non può non essere raccontata.

Edith Bruck ha oggi 90 anni. Ha una grande paura, quella di perdere la memoria. Ogni tanto, ma è naturale, la sente come balbettare, andare e venire: per questo si è messa scrivere. Una vita così non può scivolare nell’obblio. E allora racconta, racconta. E qualcuno trascrive, qualcun altro pubblica. Decisione sacrosanta. Tant’è che le sue pagine sono giunte sul tavolo di Papa Francesco, che ha letto, si è commosso e … ha voluto incontrare la scrittrice. Non dandole udienza ma andando lui di persona a casa della testimone (stavamo per scrivere scrittrice e invece no, prima di tutto la Bruck è testimone!). Da qui un’eco straordinaria.

Edith ha attraversato il Novecento conoscendo il  Male Assoluto fin da subito. In una povera casa contadina ungherese alle cinque di mattina si sentono violenti colpi alla porta, che viene divelta. Sono i fascisti del paese che accompagnano i poliziotti. «Cinque minuti», intimano urlando. E la mamma che sta impastando il pane per la Pasqua ebraica, presa dallo sgomento irrazionale,  non riesce che a dire «il pane, il pane». I bambini assistono increduli a questa scena di violenza, con il padre che viene brutalmente picchiato. Subito portati al ghetto, eppoi su di un treno … verso i posti che immaginiamo. Siamo nel 1944, i nazisti iniziano a dare segnali di stanchezza e nell’aria si comincia ad intuire un’aria di avvicinamento alla libertà. E invece: Auschwitz, Dacahu, … .  Inutile aggiungere che queste sono pagine davvero dure. Un viaggio infinitamente pesante, con i bambini che improvvisamente si trovano a dover essere genitori di chi li ha messi al mondo (e la mamma che invoca ancora «il pane perduto, il pane perduto»). La scrittura, qui, trasuda sofferenza in ogni sua sillaba. 

«Il pane perduto» non è però solo testimonianza, già letta ma pur sempre necessaria. In questo libro si parla anche del dopo, della ricostruzione di una vita comunque piena di insidie. Senza più genitori né legami familiari, insultata da nuova incomprensione (facile chiudere gli occhi sul Male assoluto: sarà anche per esorcizzare, ma chi a subìto è stato ammazzato un’altra volta!) Edith ha dovuto imbarcarsi per una nuova difficile odissea. Ha conosciuto persone, città, paesi. Ha dovuto fare la cameriera, la venditrice, l’attrice. Sempre reagendo, sempre evitando lo scoramento, anche davanti alle nuove dure prove che la vita le ha riservato (qui compreso Israele, altro che «latte e miele»). 

Poi, e infine, l’Italia. O meglio Napoli, la sua luce e la sua vivacità. Il bisogno e l’esigenza di testimonianza si fa subito impellente. Impara e assume la lingua italiana (n.d.r.: fors’anche come pegno al suo salvatore, quel Perlasca cui tanti deportati debbono la vita?), scrive. Possiede una bravura che oltrepassa l’autobiografia ed il suo esordio («Chi ti ama così», del 1959) nella prestigiosa collana «Narratori» (curata da Bilenchi e Luzi), viene subito accolto con successo. Collabora con Pontecorvo per «Kapò», il capolavoro cinematografico del 1960, e quando il tema riguarda Israele e la sua identità i giornali nazionali italiani ricorrono sempre a lei.

La sua attività culturale la porta a conoscere ed innamorarsi del suo nuovo marito, il poeta e regista Nelo Risi. Qui le pagine assumono ovviamente un altro ritmo ma il buco nero originale, quello subìto, è sempre lì, pronto a fare capolino se non ad imporsi. Ed è una ferita che può essere affrontata con una sola arma: la scrittura. 

«Perché scrivi?

Per necessità, per respirare».

Lo stile rimane asciutto, essenziale, intenso. Con il pennino sempre intinto nel dolore e nello smarrimento, la Bruck propone una lettura ostica ma giusta, necessaria. Bene ha fatto  La Nave di Teseo a volerla rendere pubblica. E bene hanno fatto i giurati nell’annoverare «Il pane perduto» nella dozzina pronta a contendersi lo Strega 2021.

«Il pane perduto», 2021, di Edith Bruck, ed. La Nave di Teseo, 2021, pag. 126, Euro: 16,00.

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