Il progetto dei bambini uccisi

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Gli scontri tra palestinesi e israeliani nascondono angosce, tristezze, lacrime. Nascondono storie che feriscono, soprattutto quando scopri che gli sforzi che vengono fatti, anche in occidente, vengono cancellati dalle bombe.

L’UNRWA, L’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi, è stata creata dalle nazioni unite per aiutare i palestinesi. Fa strano pensare che Israele, faccia quello che fa e poi sono le altre nazioni a dover metterci una pezza aiutando quelli che, agli occhi di tuti ormai, sono dei poveri diseredati. 

Ma che è ancora più dolorosamente frustrante, è pensare che progetti di aiuto, in questo caso ai bambini palestinesi, sono inutili, semplicemente perché i bambini che beneficiavano del progetto sono stati uccisi.

Nell’ambito degli aiuti, un progetto norvegese aveva a carico dei bambini di Gaza, lo scopo era avviare un programma psicosociale volto ad aiutarli ad affrontare il trauma. Ora i bambini di Gaza, quei bambini, un programma non ce l’hanno più. Se lo portano nella fossa dove sono già stati seppelliti in breve tempo, secondo l’uso islamico.

11 dei 60 minori uccisi, tra i 5 e i 15 anni partecipavano a questo progetto. Bambini morti nei bombardamenti delle densamente popolate zone palestinesi, dove riposano sotto le macerie con parenti e amici.

Dichiara Jan Egeland del consiglio norvegese per i rifugiati: “Siamo devastati nell’apprendere che 11 bambini che stavamo aiutando con un progetto per far loro affrontare il trauma della guerra sono stati bombardati mentre erano a casa e pensavano di essere al sicuro. Ora non ci sono più, uccisi con le loro famiglie, sepolti con i loro sogni e gli incubi che li tormentavano. Chiediamo a Israele di fermare questa follia: i bambini devono essere protetti. Le loro case non devono essere obiettivi. Le scuole non devono essere obiettivi. Risparmiate questi bambini e le loro famiglie. Smettete di bombardarli ora. Ma la verità è che non ci possono essere pace o sicurezza finché ci sono ingiustizie sistematiche. L’assedio di Gaza deve essere tolto e l’occupazione dei palestinesi deve finire se vogliamo evitare altri traumi e morti tra i bambini e nuovi cicli di distruzione ogni pochi anni.”

Tra di loro c’era Lina Iyad Sharir, 15 anni, che è stata uccisa con entrambi i suoi genitori nella loro casa l’11 maggio nel quartiere Al Manara di Gaza. Sua sorellina Mina, di due anni, ha riportato ustioni di terzo grado e rimane in condizioni critiche.

Tra di loro c’era Hala Hussein al-Rifi, 13 anni, uccisa la notte del 12 maggio quando un attacco aereo ha colpito l’edificio residenziale Salha, nel quartiere Tal Al-Hawa di Gaza. L’attacco ha ucciso anche Zaid Mohammad Telbani, di quattro anni, e sua madre Rima, che era incinta di cinque mesi. La sorella di Zaid rimane dispersa e si presume sia morta.

Ayman Abu al-Auf, era il primario di medicina interna all’ospedale Shifa di Gaza. Anche lui è stato ucciso.

Tra loro c’era Rafeef Murshed Abu Dayer, 10 anni, ucciso da delle schegge che lo hanno colpito insieme ai suoi due fratelli mentre stavano pranzando nel giardino dell’edificio Ghazi Shawa. Rafef avrebbe compiuto gli 11 anni la settimana prossima, il 25 maggio.

Il consiglio norvegese dei rifugiati, assiste 118 scuole nella Striscia di Gaza, raggiungendo più di 75.000 studenti attraverso il suo intervento psicosociale, e possiamo solo immaginare, la frustrazione, la rabbia impotente e il dolore di chi cerca di portare un po’ di sollievo in un mondo bruciato e riesce alla fine solo a stringere in mano un pugno di cenere d’ossa.

La grande moschea Omari, la più antica di Gaza, assiste immobile a questa storia che si ripete continuamente, come un circuito malefico che ripropone sempre le stesse immagini, le stesse urla, le stesse morti. Gli occhi neri delle sue arcate, circondate da pietre gialle, hanno lo sguardo di una cosa morta e senza speranza.

C’è del buono in israele, vogliamo pensarlo, ma quel buono è oggi impotente come allora, come Quando le falangi libanesi entrarono nei campi da Sabra e Chatila, come quando nella prima intifada morirono più di mille palestinesi. Sono tante le storie di massacri in terra santa, dalle crociate ad oggi, una terra che non ha pace. Ed è ancora più una vergogna pensando al nostro ventunesimo secolo, quello di Marte e del green new deal che però non è ancora capace di costruire quello che ci necessita di più: la pace. 

Da anni, proprio su queste pagine, parliamo del calvario palestinese (leggi qui sotto)

Una situazione virtualmente impossibile ma che viene vissuta ogni giorno da queste genti (leggi qui sotto)

Gli estremismi sono i veleni di quella terra. Ottusi ebrei ortodossi da una parte, fanatici musulmani dall’altra. Ricordiamo il presidente egiziano Anuar el Sadat, che cercava la pace con Israele e trovò la morte per un fanatico musulmano e al contempo il premier israeliano Isaac Rabin, che promuoveva la distensione coi palestinesi, ammazzato da un ebreo ancora più fanatico. Veleni in casa, che strisciano e impestano tutto in una guerra che non finisce mai e in cui pagano sempre gli innocenti.

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