In Colombia uccisi più di mille attivisti

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Sarebbero oltre mille gli esponenti della società civile, i difensori dei diritti umani e dell’ambiente che, dal 2016 a oggi, sono stati assassinati in Colombia. Un immane massacro pressoché quotidiano passato perlopiù sotto silenzio. In alcuni periodi addirittura con la frequenza di un morto al giorno, tramutando la grave crisi istituzionale in cui versa lo Stato sudamericano in una condizione ordinaria. 

Malgrado il 24 novembre del 2016 sia stato firmato a Bogotà un accordo di pace tra il Governo colombiano e le Forze Armate Rivoluzionarie (le cosiddette Farc), le violazioni dello Stato di diritto e dei diritti umani continuano da anni ormai, come se nulla fosse. Sono quasi 300 coloro che a vario titolo hanno avallato l’accordo di pace e che nel frattempo sono stati uccisi. A riprova del fatto che, se da una parte la violenza in Colombia è la regola, dall’altra il Paese sembra essere alla mercé di una nuova ondata di massacri e di omicidi collettivi messi a segno con una ferocia che lascia sgomenti. 

Una violenza che inevitabilmente si ripercuote sulle comunità indigene e sulle fasce più povere della società colombiana, un’ampia fetta della popolazione da decenni coinvolta in una guerra di potere in cui lo Stato troppe volte ha fatto spallucce di fronte a quei gruppi paramilitari che si autofinanziano attraverso il narcotraffico. Massacri e violenze la cui scia di morte non accenna a spegnersi. Le esecuzioni sommarie sono all’ordine del giorno. Ed è in questo scenario da guerra civile permanete che la leader indigena Sandra Liliana Peña è stata assassinata lo scorso 20 aprile. 

A riprova della crudeltà diffusasi come un veleno, due giorni dopo la sua morte, gruppi armati non identificati hanno aperto il fuoco contro i membri della sua comunità, riunitisi per il rito funebre, ferendone diversi. Perché in Colombia i morti chiamano altri morti in una spirale di sangue di cui ormai non frega più niente a quasi nessuno. Di sicuro non alla comunità internazionale che per troppo tempo se n’è stata alla finestra a guardare senza muovere un dito. Ecco perché il sogno di ogni colombiano è avere una nazione sicura, senza discriminazioni, capace di equità e senza odio. 

Un sogno probabilmente destinato a rimanere tale. Almeno fino a quando vaste aree del Paese saranno nelle mani degli squadroni della morte e dei narcotrafficanti, pronti ad ammazzare brutalmente chiunque non si pieghi al loro dominio. Neppure i bambini sono al riparo dalle violenze delle milizie paramilitari, uccisi mutilati oppure reclutati nei gruppi armati proprio come succede in altre tristi realtà del Pianeta. Intanto proprio in queste ore migliaia di persone sono scese in piazza per protestare contro la riforma fiscale annunciata dal Governo di Ivan Duque, riforma nel frattempo ritirata dallo stesso capo di Stato. Intanto però, giusto per non smentirsi, sono stati una ventina finora i morti e oltre ottocento i feriti. 

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