Joe Biden, anche i ricchi paghino

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In campagna elettorale, Donald Trump, gli aveva affibbiato il nomignolo di sleepy Joe. Joe l’addormentato. Eppure, nei primi cento giorni da presidente degli Stati Uniti, non si può certo dire che Joe Biden abbia dormito della grossa. Anzi. E lo ha dimostrato coi fatti. Con il successo della campagna vaccinale. Con l’annuncio, l’ultimo in ordine di tempo, di un piano a sostegno delle famiglie da ben 1’800 miliardi di dollari che andranno a sommarsi agli oltre 4’000 miliardi già annunciati in precedenza. Un colossale investimento di soldi pubblici voluto per risollevare il Paese dalla crisi economica innescata dalla pandemia e ritenuto imprescindibile dall’attuale amministrazione. Un progetto al quale anche i ricchi dovranno contribuire.

Con un piglio distante anni luce da quello dello sbruffone contaballe nonché suo predecessore alla Casa Bianca, fin da subito, sleepy Joe si è rimboccato le maniche. Malgrado i suoi 78 anni suonati. E in più d’uno lo hanno già paragonato a Roosevelt. A quel Franklin Delano Roosevelt che si trovò a dover fronteggiare una crisi di proporzioni epocali e per certi versi non tanto dissimile da quella attuale. Allora, a fare la differenza, fu il New Deal, il vasto e radicale piano di riforme economiche e sociali che il presidente di allora attuò tra il 1933 e il 1937 e grazie al quale gli Stati Uniti superarono brillantemente la Grande Depressione dei primi anni Trenta del Novecento, diventando poi una superpotenza economica a livello mondiale.

Nei suoi primi cento giorni Franklin Delano Roosevelt fece approvare dal Congresso ben 76 nuove leggi, firmò 99 ordini esecutivi e fu anche il primo presidente che, in uno dei suoi tanti appelli via radio alla nazione, usò per primo proprio l’espressione “the hundred days”. I cento giorni. Un lasso di tempo in cui Joe Biden ha fatto cose, certo, ma ha anche rimarcato la distanza abissale che lo separa dai due precedenti presidenti democratici: Barack Obama e Bill Clinton. Due che, al confronto, impallidiscono. Due grigi conservatori, soprattutto di fronte al coraggio dimostrato da Biden nel voler puntare tutto sullo Stato come motore economico e unica reale soluzione dei problemi attuali, anche in vista di una vera ripartenza. 

Si è così dimostrato esattamente agli antipodi da quel Ronald Reagan il cui pensiero, improntato tutto sulla dismissione e lo smantellamento dello Stato, ci siamo dovuti sorbire fino all’altro ieri. Una filosofia perfettamente cristallizzata nella sua celeberrima frase “lo Stato non è la soluzione, ma il problema”. Del resto Biden lo aveva già detto nel suo primo discorso di fronte ai membri del Congresso che, il suo modello, sarebbe stato quello del New Deal rooseveltiano. Che avrebbe seguito le orme di chi, prima di lui, era stato capace di trasformare il governo federale, da istituzione con poteri marginali, ad attore protagonista nella definizione della politica economica e industriale del Paese. Insomma un presidente statalista e keynesiano. Quasi un comunista.

Un presidente fermamente convinto della necessità di un intervento pubblico a sostegno dell’economia, arrivando perfino a infrangere un tabù che per molti, troppi anni è rimasto tale. Quello che i super-ricchi non andavano tassati. E invece Joe ha deciso proprio di battere cassa chiedendo un obolo agli americani più ricchi, a quei miliardari che nell’ultimo anno, anche a dispetto della pandemia, hanno visto i loro guadagni schizzare alle stelle. E allora che paghino, finalmente. Invece di piangere lacrime di coccodrillo. Frignare per cosa poi, non s’è mica capito. Soldi che serviranno tra l’altro a finanziare istruzione e sanità, che renderanno possibile il piano per le famiglie e i lavoratori a reddito medio-basso destinato ad assicurare loro un futuro. A fare davvero l’America great again.

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