La vendetta di Allende

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“Il Cile sarà la tomba del neoliberismo”. Questo si leggeva sugli striscioni portati dal popolo cileno mentre manifestava, per oltre un anno, contro il disastro economico e sociale portato dal presidente Piñera.

Il Cile ha avuto una storia violenta e travagliata accompagnata da un sistema economico a cui venne sottoposto con la forza in seguito al colpo di stato di Pinochet, reso possibile dall’intervento statunitense. L’imposizione di un nuovo modello politico portò indicibili sofferenze al popolo cileno, che in pochissimo tempo perse tutte le conquiste ottenute durante il governo del popolare presidente socialista Salvador Allende.

Eppure, per i cileni che mai hanno del tutto dimenticato il periodo Allende, sembra finalmente esserci una luce in fondo al tunnel. 

Nel paese andino si è recentemente votato per eleggere governatori, consiglieri, sindaci e assemblea costituzionale. La coalizione di centrodestra di Piñera era fiduciosa nella sua capacità di mantenere sotto il suo controllo almeno un terzo dell’assemblea. Questo fallimento a scapito di socialisti, comunisti e indipendenti minaccia seriamente l’establishment cileno. Ma perché?

Una delle rivendicazioni delle recenti e prolungate proteste era la riscrittura della costituzione, retaggio dell’era Pinochet. I cambiamenti alla costituzione richiedono l’approvazione di due terzi dell’assemblea, il che rende impossibile alla destra bloccare cambiamenti radicali salvo la formazione di nuove e improbabili alleanze. 

Inoltre, le numerose sconfitte in elezioni di sindaci, municipali e governatori sempre a favore di sinistra e indipendenti non lasciano certo molte speranze alla coalizione di Piñera chiamata “Vamos” in vista delle elezioni presidenziali di novembre. 

I risultati all’assemblea costituzionale d’altronde parlano chiaro. 53 seggi alla sinistra, 45 agli indipendenti, solo 39 per la destra e 17 riservati ai leader indigeni.

Il principale trionfo della sinistra si è verificato alla corsa al sindacato della capitale, Santiago de Chile. La vittoria è andata alla candidata comunista Iraci Hassler, simbolo di un Cile che avanza oltre il conservativismo sociale e economico di un’establishment che pare destinato a crollare. 

Iraci, di origini Tupì-Guaranì e svizzere, ha una lunga storia di lotta alle spalle. Militante della gioventù comunista cilena, partecipò alle manifestazioni studentesche del 2011. Dopo aver conseguito una laurea in economia all’università del Cile, rilancia la sua carriera politica tra gli “adulti”, distinguendosi per la ferocia con cui lotta per i diritti di donne, indigeni e lavoratori. Fiera proponente di dottrine economiche più vicine al marxismo, rappresenta in una sola persona tutto ciò a cui il precedente governo di destra si opponeva, scatenando nel 2019 le proteste comparativamente più estese della storia sudamericana recente. 

Insomma, in vista delle elezioni di novembre, il Cile si prepara a un nuovo inizio. Nuov* President*, nuovo trattamento per le popolazioni indigene, nuova costituzione che promette di essere largamente diversa da quella esistente. 

Il Cile sarà infine davvero la tomba del neoliberismo? Forse. I numeri ci sono. E il contesto, anche. La sinistra è al potere in Venezuela, Bolivia, e Argentina – e domina i sondaggi in Brasile, Perù e Colombia. Come ben sappiamo il socialismo è inevitabile, e affermare con certezza che il cambiamento non inizierà dall’America latina sembra sempre più difficile. 

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