Ma cosa è poi mai il lavoro?

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Con l’arrivo del Primo Maggio, oltre alla opportuna consuetudine di impugnare una bandiera e di fiondarsi in piazza per celebrare l’onore e la difesa del ruolo del lavoro nella vita di ognuno, lievitano legittimamente, anno dopo anno, gli interrogativi sulla drammaticità di un sistema che offre claudicante occupazione privilegiando la radicalità di un cambiamento che porta alla deriva della sottooccupazione, nella gioiosa consacrazione della regalità del lavoro nero, paragonabile a una polpetta mezza avvelenata e mezza impastata con una esagerazione di pangrattato subordinato e mal pagato.

La favola della grattugia sulle chiappe e dei lavori “low cost”, in genere inquadrati in una quotidianità di mansioni faticose e retribuite alla maniera del Cacchio Imperante, nelle troppe ore di straordinario non corrisposto secondo l’aureo postulato “Meno regole e meno tutele”, si consolida in un crescendo esponenziale da fare paura,  sino a decretare l’inedito finale “E vissero infelici e scontenti, crogiolandosi nei loro stipendi da fame.”

E allora si scatena la contrapposizione dei pensieri antagonisti, in una durissima lotta che vede le fazioni delle consacrazioni e delle dissacrazioni, in una Babele di giudizi disallineati sull’omologazione dei mestieri, degli impieghi e delle umane faccende.

Personalmente ho sempre amato visceralmente la caustica oziosa saggezza di Jerome K Jerome*, certo anche favorita da una condizione sociale che non lo costringeva a  portare le pezze al culo o a rammendare calzini sino allo sfinimento: “Mi piace il lavoro, mi affascina completamente: potrei rimanere seduto per ore a guardare qualcuno che lavora.”

Come mi è capitato di trovare insopportabili certe retoriche e sfibranti riflessioni appese, dentro preziose cornici, alle pareti dei corruschi uffici dei soliti manager: “Guardare il grano che cresce e i fiori che sbocciano, sudare con l’aratro e la vanga, leggere, pensare, amare, sperare, pregare : sono queste le cose che rendono felici.”

La nobile apologetica elucubrazione di John Ruskin** resta condivisibile solo in parte, calcolando che in genere l’aratro e la vanga, se largamente utilizzati, ammazzano poderosamente il desiderio di leggere, pensare, amare e sperare lasciando a chi crede un certo margine per la preghiera, magari da chiudere con un piccatissimo amen.

Il lavoro è stato di esigenza e di priorità ma anche spesso espressione di fatica e di sofferenza: ecco perché Cesare Pavese  lo focalizza con la grandezza delle menti illuminate “Si aspira ad avere un diritto al lavoro, per avere il diritto di riposarsi.”

Ed ecco perché il lavoro, girandogli attorno con una cinepresa curiosa di coglierne il vero carattere, risulta manna e nel contempo quasi condanna: e allora sposi un mirabile guizzo di Jacques Prèvert: “La differenza tra un intellettuale e un operaio? L’operaio si lava le mani prima di pisciare, l’intellettuale dopo.”

Resto comunque sempre ancorato a certi propedeutici fondamentali di Karl Marx: “In linea di principio un facchino differisce da un filosofo meno che un mastino da un levriero. È la divisione del lavoro che ha creato un abisso tra l’uno e l’altro.”

Mi avvio verso la piazza per usmare i sentori di garofani rossi e per centellinare le acustiche vibrazioni di mille fischietti, tenendomi in saccoccia un Mark Twain di riserva, non si sa mai: “Se il tuo lavoro è mangiare una rana, è meglio mangiarla al mattino. E se il tuo lavoro è quello di mangiare due rane, è meglio mangiare prima la più grande.”

* Jerome Klapka è stato uno scrittore, giornalista e umorista britannico. Il suo nome è soprattutto associato alla sua opera più famosa, il romanzo umoristico “Tre uomini in barca”. È ritenuto tra i maggiori scrittori umoristici inglesi.

** John Ruskin è stato uno scrittore, pittore, poeta e critico d’arte britannico. La sua interpretazione dell’arte e dell’architettura influenzarono fortemente l’estetica vittoriana ed edoardiana.

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