Mascherine che fanno fiorire il mondo

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Sono monouso, sono ecologiche in carta di riso, contengono semi per cui potete lasciarle in giro e diventeranno fiori. Sono le nuove mascherine del marchio Olandese Marie Be Bloom.

Il bello di questo ventunesimo secolo è che dove c’è una porcheria inquinante, c’è subito qualcuno che pensa a come risolvere il problema facendoci business. 

Il che non è per forza una colpa, meglio fare soldi con l’ecologia che con qualcosa d’altro.

In quest’anno, il mondo ha visto la produzione di miliardi di mascherine monouso, di quelle che buttiamo subito o dopo un paio di giorni. Anche senza volerlo, molte volano via, ci cadono di tasca e rimangono nell’ambiente. Ovvio trovare in giro, soprattutto nei posti dove ci sono assembramenti, moltissime di queste mascherine, che spesso finiscono anche in acqua, insozzando i già massacrati oceani e mari. 

Marianne de Groot Pons, creatrice del marchio, racconta di se stessa sul suo sito (ecco qui il link)

www.mariebeebloom.com/?lang=en

“Mi chiamo Marianne de Groot-Pons, graphic designer della Pons Ontwerp visual communication a Utrecht e fondatrice del brand Marie Bee Bloom. Durante tutti gli anni in cui ho lavorato come grafica, ho anche inquinato con i miei disegni per stampe e imballaggi, quindi voglio fare qualcosa per la terra. Allo stesso tempo, vorrei rimettere sotto i riflettori l’argomento “l’erranza e l’affondamento della plastica monouso e il suo divieto a partire dal 1° luglio 2021”. Dopo essermi imbattuta per settimane in tutte le maschere azzurre usa e getta per strada, mi sono svegliata una mattina con l’idea di una maschera biodegradabile contenente semi di fiori. Terra felice, api felici, natura felice, persone felici. …”

Per cui una volta usate, basta mettere la mascherina in giardino, su uno sterrato o in un prato, coprirle con un po’ di terra e in poco tempo fiorirà. E anche se dovesse volare via o affondare in acqua, è biodegradabile e magari diventerà messaggera di un mondo fiorito a grandi distanze.

Nelle mascherine di Marianne, tutto è biodegradabile, dalla colla con cui fissare i semi alla carta di riso, all’inchiostro con cui stampa il logo.

Non sono proprio a buon mercato, 5 mascherine costano 15 euro e si trovano in vendita online sul suo sito, ma il sacrificio se ci va si può anche fare solo per premiare l’idea. È anche vero che iniziative così non cambieranno il mondo, ma appartengono a quella serie ormai infinita di micro e macro segnali di cui si pasce la green economy e che promette sviluppo nel rispetto dell’ambiente e delle persone.

Aziende come la piccola Amenotech milanese, che col Covid ha visto salire le vendite di “The Breath” un dispositivo in tessuto capace di assorbire e disgregare le molecole inquinanti. O l’olandese (come Marianne) Rik Breur, che ha brevettato una copertura in fibra anti-incrostazioni per le imbarcazioni, considerata un’alternativa eco-friendly alle normali vernici, potenzialmente tossiche e inquinanti.

Oppure come la gigantesca Cina, che sta approntando torri cilindriche alte 100 metri con una base formata da una struttura a pannelli solari che si sviluppa per circa la metà di un campo da calcio, in grado di garantire l’energia pulita che serve per produrre l’aria altrettanto pulita da diffondere nella zona circostante. 

Dai semini di margherita alle torri cinesi anti inquinamento, il mondo sta dando una poderosa sterzata verso una logica stringente: non c’è più posto per i combustibili fossili che ci stanno uccidendo, mentre ci sono immense opportunità in una green economy che al guadagno aggiunge un virtuoso comportamento positivo. Fare business non è sbagliato di principio, sbagliato e far soffrire il pianeta e chi ci abita. 

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