Musa della Guinea, picchiato e impiccato

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Certi racconti rimangono in mente, ma è meglio che non ci si soffermino troppo. Perché come una fragola marcia, si deteriorano nel cesto e corrompono quello che c’è intorno. E allora tutte le fragole marciscono, mettono muffa, perdono liquido maleodorante.

Certi racconti hanno il sapore amaro della cicoria vecchia, persistente e coriacea, del ferro quando lo succhi, che è poi il gusto del sangue.

Certe storie rimangono a macerare nella nostra testa, ed è meglio lasciarle andare, perché tendono a rovinare tutti i pensieri e a permeare tutto di un velo nero. Però vanno raccontate, perché è giusto, perché anche le cose più brutte vanno affrontate, perché chi legge ora è una persona coraggiosa e sa che non può girare la testa dall’altra parte anche se poi gli farà male.

La storia in fondo è semplice. Un ragazzo della Guinea, Moussa Balde di 23 anni, detenuto in isolamento per motivi sanitari in un centro torinese per il rimpatrio, che in fondo è un modo edulcorato per definire un quasi-carcere (D’altronde vorrai mica che questi scappano, un po’ di rete metallica mica li ammazza che poi ce li ritroviamo di nuovo tra i piedi). Ma questo guineano qui cosa fa? Prende le lenzuola in dotazione e come in un film d’avventura fa una bella fune robusta. Per evadere? No, ci si attacca fino a strozzarsi. 

Si impicca.

È una storia fra tante. Capita anche a noi, anche tra le nostre case i suicidi sono più frequenti di quello che imaginiamo. Sono frutto di paura di esistere, di fili spezzati, di follia temporanea o di angoscia continua che trova requie solo nella morte.

Ma in questa storia c’è un’aggravante, Moussa era finito coinvolto pochi giorni prima in una rissa. Oddio, una rissa, diciamo un pestaggio, in cui lui era il sacco. Un semplice diverbio in un supermercato, tre bravi cittadini che lo seguono, lo caricano di botte, lo lasciano a terra. Pugni in faccia, in testa, calci nella pancia, colpi di tubo. C’è pure il video (guarda il video qui sotto)


Ve lo dovete guardare il video, girato per una strada di Ventimiglia, una città che ci ricorda i corsari di Salgari, il mare e di nuovo l’avventura. Ma non c’è avventura in un pestaggio a sprangate in tre contro uno. Sono state le sue urla a mettere sull’avviso dei passanti che hanno chiamato la polizia. Quei tre galantuomini di Ventimiglia sono stati denunciati per lesioni, quelle che ora sono le lesioni di un morto, che non fanno più male. Ma sono già liberi eh, mica è un reato grave caricare uno di botte in mezzo alla strada.

Ma fa male a noi, porca miseria, a noi gente normale, gentile, che sorride e dice grazie, che non si fa fuori le beghe a sprangate in mezzo alla strada. E non è una questione di violenza, ma di intelligenza. Perché persone così sono purtroppo dolorosamente stupide. Stupide e cattive. 

E noi, che siamo come quel cesto di fragole, dobbiamo solo sperare di rimuovere questa storia marcia dalla nostra testa, prima che continuiamo ad arrovellarci sul perché le disgrazie che colpiscono gli ultimi, quelli in fondo alla catena alimentare di questo mondo malato e liberista, ci coinvolgano così tanto.

Io penso che ci sia una parte buona della società, che quel ragazzo lo avrebbe anche accolto, e che quella parte buona non ha scelta, deve convivere con la parte cattiva e anche con la parte degli indifferenti. Quella degli indifferenti è una fetta proprio grossa, e forse più letale di quella dei cattivi. E questa parte buona si sente minoranza, impotente spettatrice e si prende addosso anche colpe che non sono sue. 

Perciò, cara lettrice e caro lettore, se pensi di avere al posto del cervello un cesto di fragole, non pensare a quella marcia che manda a male tutto il resto. Pensa alle volte che hai fatto la differenza, che hai sorriso, che hai aiutato, che ci sei stata o stato e fai diventare quel cesto di fragole un contenitore di frutta turgida e rossissima, di quella che quando la addenti senti il sapore dolce dell’estate e magari un po’ di sugo ti cola sul mento e gli altri ridono. 

Questo è il miglior regalo per Moussa Balde della Guinea e per tutti coloro che hanno il marchio nero sulla pelle o nell’anima. 

Fate maturare le vostre fragole e offritele al mondo, forse qualche indifferente sentirà, tra l’ottundimento dei sensi, un vago sapore dolciastro sul palato, e guarderà il mondo con occhi diversi.

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