Per una Svizzera senza figli

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In Svizzera le donne fanno sempre meno figli e li fanno sempre più tardi. In media sono 1,52 figli. Un figlio e mezzo per mamma. La Svizzera è nel gruppo di Paesi con una media bassa di figli, poco al di sotto di quella europea, davanti a Italia e Spagna, ma dietro a Paesi quali Germania e Francia. Più d’una le ragioni di questa bassa natalità. Molte donne rinunciano ad avere un figlio dando la precedenza all’istruzione e alla carriera o perché non hanno ancora trovato il compagno ideale per fare il grande passo.

Così i figli, se nascono, sono per un terzo figli di una mamma che ha più di 35 anni. Solo il 27% dei neonati ha una mamma non ancora trentenne. Galoppa anche l’età dei padri, con un quarto di loro che ha più di 40 anni. Insomma, questi sono solo alcuni dei dati statistici con i quali ogni anno abbiamo il quadro d’insieme della denatalità, un fenomeno che riguarda quasi tutta Europa. Un inverno demografico che porta anche all’invecchiamento della popolazione. Perfino l’idea di famiglia sta cambiando. Molti bambini non avranno fratelli, cugini e zii. 

Una realtà che va a braccetto con il pessimismo o peggio l’angoscia nei riguardi del futuro. Il crescente e diffuso senso di instabilità e di precarietà in ambito lavorativo, famigliare e politico-sociale (ancor di più in un periodo di pandemia come quello che stiamo tutti attraversando) alimenta la paura del futuro e i dubbi riguardo alla stabilità della propria vita quotidiana. Così quel che ancora dev’essere è soltanto fonte di ansia e d’inquietudine. Certo, per mettere oggi al mondo un figlio, è necessaria una buona dose d’incoscienza, ma non farlo significa abdicare, rinunciando proprio al futuro. 

“Il futuro è molto aperto, e dipende da noi, da noi tutti. Dipende da ciò che voi e io e molti altri uomini fanno e faranno, oggi, domani e dopodomani. E quello che noi facciamo e faremo dipende a sua volta dal nostro pensiero e dai nostri desideri, dalle nostre speranze e dai nostri timori. Dipende da come vediamo il mondo e da come valutiamo le possibilità del futuro che sono aperte.”, così scriveva il filosofo Karl Popper. E quindi immaginare che ciò che ci attende è l’Apocalisse o uno scenario alla “Figli degli uomini”, il bel film di Alfonso Cuarón in cui l’umanità non riesce più ad avere figli, francamente non è di alcun aiuto.  

È triste morire senza figli”. A dirlo, dopo aver confessato tutti i suoi delitti al commissario, è in “Bianca” Michele Apicella, l’alter ego cinematografico di Nanni Moretti. È la frase con cui si chiude la storia raccontata nel suo film del 1984 da Moretti. Michele Apicella insegna in una scuola perfettamente in linea con la modernità, la Marilyn Monroe. E nel tempo libero spia la vita di coppia di amici e vicini. Le loro vite sono schedate in un suo archivio personale. Michele sorveglia una porzione di mondo, il suo mondo, nel tentativo ossessivo di preservarlo dalle storture, dal disordine. “Bianca” non è altro che una metafora sul tentativo e sull’incapacità di stare con gli altri, una tra le principali ragioni della deriva, del declino a cui stiamo assistendo. Perché avere un figlio è scommettere sul futuro.

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