Quella Colombia che non trova pace

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Negli ultimi mesi e anni, il Sudamerica sembra non poter trovare pace. A partire dalla scorsa settimana, uno sciopero generale ha paralizzato la Colombia. Ma ciò che era iniziata come una manifestazione pacifica contro draconiane politiche neoliberali volte a trascinare il Paese fuori dalla crisi si è trasformata in una diffusa guerriglia urbana tra manifestanti e forze governative. 

La pandemia Covid-19 ha esacerbato la disuguaglianza sociale e contratto l’economia di sette punti percentuali, portando il Paese a uno status quo dove oltre il 40% della popolazione vive in povertà. 

La soluzione del presidente filoamericano Iván Duque Márquez è stata, per dirla in parole povere, meravigliosamente neoliberale. Più tasse a lavoratori e piccole imprese. Ovviamente una popolazione già vessata ed economicamente in rovina non ha modo di sostenere altre spese, e per questo viene indetto uno sciopero generale il 28 aprile. Molti sindacati si uniscono alla lotta lanciando manifestazioni coordinate in varie città maggiori del paese quali Bogotà, Medellin, Cali e Barranquilla. 

Il nuovo piano di tassazione è stato ritirato, con Duque che promette di “svilupparne uno nuovo” a breve. Tuttavia, a far infuriare ulteriormente la popolazione è stata la violenta e sanguinaria risposta delle forze dell’ordine. 

Ad oggi, si lamentano oltre 800 feriti, 450 arresti, 89 scomparsi, una trentina di morti e almeno 5 donne violentate da polizia e reparti antisommossa. Le cifre continuano a salire di giorno in giorno, mentre gli scontri diventano sempre più aspri. 

Testimonianze video provano come la polizia abbia usato armi da fuoco contro i manifestanti, oltre ad aver perpetrato molte aggressioni ingiustificate e ad aver utilizzato armi non letali in modo improprio (proiettili di gomma direttamente alla testa, granate a gas sparate direttamente sulla folla, taser e spray al pepe su manifestanti pacifici…). Molte testimonianze provano anche l’intervento a fianco della polizia di milizie irregolari, altrettanto felici di sparare a zero sulla gente. Non è chiaro se si tratti di polizia in borghese o mercenari tristemente reminiscenti delle “squadre della morte” usate da compagnie come Coca-Cola per reprimere nel sangue movimenti sindacali anni addietro. 

La resistenza colombiana può essere inserita in un più ampio contesto di resistenza sudamericana all’egemonia politica e economica statunitense sulla regione, che sembra essere sempre più debole. 

Ricordiamo il fallito tentativo di rimpiazzare il legittimo presidente venezuelano Maduro con il burattino Guaidò e il fallito tentativo di un “baia dei porci 2.0” a Macuto Bay (sempre in Venezuela), tanto patetico da fare quasi tenerezza. Ricordiamo anche la macchinazione volta a spodestare il MAS di Morales in Bolivia per sostituirlo con la fascio-cattolica Janine Anez, conclusasi con la trionfale ripresa del potere da parte del candidato MAS Luis Arce. O anche la proiettata vittoria del comunista Castillo in Perù contro Keiko, figlia del dittatore filoamericano Roberto Fujimori. O ancora le proteste iniziate nel 2019 in Cile che continuano ancora oggi. 

Dato il contesto geopolitico, non mi aspetto che i media parlino di “primavera sudamericana” o cose simili, ma è innegabile che negli ultimi mesi e anni si siano moltiplicate le istanze di resistenza a un’establishment politico e economico largamente imposto dall’alto da anni di dottrina Monroe, operazione Condor, governi rovesciati, repubbliche delle banane e molto altro. 

Fa se non altro piacere sapere che le nazioni unite (prontissime dichiarare illegittimi governi che lo sono e imporre sanzioni) abbiano scritto una bella letterina al governo colombiano in cui si esprime preoccupazione per l’utilizzo eccessivo della forza. Perché si tratta pur sempre di lavoratori e sindacalisti, una trentina di morti e una novantina di scomparsi vanno anche bene – ma non esageriamo. 

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