Se la riduzione di pena è un sopruso

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Questo fatto, un fatto di vigliacca scelleratezza, riguarda Beatrice, 28 anni, una ragazza che il 4 giugno del 2019 giunse al Policlinico con il volto tumefatto e devastato, con le costole spianate e una serie di fratture sparse su tutto il corpo. 

Era viva per puro miracolo, nonostante la drammaticità di un pestaggio scientifico e bestiale che le aveva lasciato una unica maledetta via di fuga: gettarsi dal balcone del secondo piano. 

Il tuffo, per sfuggire finalmente alla brutalità del suo fidanzato-boia che l’aveva tenuta segregata in un appartamento della periferia di Milano, picchiandola a sangue per quattro giorni e per quattro notti.

Lui, il diligente quarantenne massacratore, si chiama Giacomo Oldrati e bazzicava gli ambienti della parrocchia cercando redenzione per le nocche tumefatte che gli avevano propiziato l’apprezzato soprannome del “guru del corallo”, per via di un passato non prettamente da incensurato, speso spesso a irretire e drogare le sue vittime con una micidiale sostanza ricavata dai funghi corallo, allucinogeni che possono avere effetti fisici devastanti, sino a condurre alla morte.

Come spesso succede, era nata la consueta storia lievitata, nel corso di quattro anni di frequentazione, nell’intreccio sempre più empatico dove lei si sentiva complice consolatrice e investigatrice delle discontinuità temperamentali, e  dove lui enfatizzava , a orecchie basse, il suo ruolo di “vittima” con un passato burrascoso, ricco di complessità psicologiche e di problemi ispirati da una costante animosità.

Oldrati, nel suo carnet, annoverava un passato pesante, per lontane vicende risalenti al 2012, dove aveva monetizzato un’assoluzione in secondo grado perché dichiarato incapace di intendere e volere.

L’indulgenza e la leale vicinanza di Beatrice si rivelano in una dichiarazione: 

“Mi sembrava un ragazzo normale, veniva a pranzo la domenica a casa, dialogava amabilmente con i miei genitori. Quando ha iniziato a essere violento,  tendevo sempre a giustificarlo. Ma io ora sono convinta che un domani potrà fare ancora del male.”

Come del male, ma veramente un sacco di male, il ” guru del corallo” ha fatto a lei che ancora rammenta come un incubo i terribili giorni trascorsi in ospedale, con “microfratture al cranio e alla mandibola, il timpano sinistro perforato, il setto nasale fratturato, due costole rotte per parte, tre vertebre incrinate, una frattura scomposta del calcagno con devastanti danni al malleolo.”

Un bollettino di guerra per una giovane ragazza che oggi pare rinata, volontaria alla Croce Verde di Baggio e strenua lottatrice contro le violenze sulle donne.

Ora Beatrice si ritrova a commentare una sentenza impregnata di assenza di apparente equilibrio giuridico e ritorna a brancolare nei meandri del labirinto dove il Minosse della giustizia, ondivago e volubile, spezza e risistema il filo, seguendo le incomprensibili frequenze di commi e di articoli, in balia di interpretazioni di revisioni concertate e di rivoluzioni tormentate.

Per i giudici Giacomo, l’aguzzino, condannato in primo grado a 6 anni di carcere, risulta  meritevole di un congruo sconto di pena, regolarmente accordato in sede di appello con una robusta riduzione di due anni , dopo una nuova perizia psichiatrica mentre a favore della parte civile è stato stabilito un risarcimento provvisionale immediatamente esecutivo di10’000 euro.

Ora il volto della vittima delle angherie e delle soverchierie appare su un post di Facebook, pubblicamente esposto non alla pietà o alla retorica commiserazione ma al severo giudizio di chi vuole osservare: 

Nella foto c’è un amaro sorriso di resa orgogliosa, così distante dalla mortificata sintesi della geografia facciale di un pugile uscito dopo sette conteggi dal quadrante, triturato come un hamburger dai guantoni dell’avversario sotto i riflettori del ring.

Beatrice ha voluto esporsi al mondo, con un commento sgusciato come una una stella cometa dal plumbeo cielo della motivazione della sentenza d’appello: “I giudici, tenuto conto della perizia psichiatrica , hanno confermato il giudizio di seminfermità. Auguro a questi giudici di passare quello che ho passato io per la metà del tempo. Poi mi verranno a dire se questo tempo lo considerano ancora ‘poco’. Non ho avuto giustizia e non posso che essere amareggiata.”

“Quello che è successo a me non deve accadere più a nessuno”, conclude la vittima di un gigantesco sopruso.

E gira la giostra di troppe storie come questa, dove la immane vastità del torto subito raramente incrocia la sostanza della equanimità, che dalle parti nostre di semplici ragazzi di paese indica la qualità dell’animo che sa sempre giudicare con serenità ed equità.

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