Stupro: bugiarde fino a prova contraria

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La violenza sessuale esiste dagli albori della nostra società e, nonostante questo, resta però ancora un tabù. A dirlo è la cronaca: dal caso Grillo alla più recente condanna bis per l’ex funzionario Dss, ci si aggrappa a tutto, pur di non guardare in faccia le vittime e la realtà dei fatti.

Le vittime di stupro sono bugiarde fino a prova contraria. Sì, un’affermazione forte, crudele, aberrante, un vero pugno nello stomaco. Eppure è ciò che succede oggi, sempre, tutte le volte che una donna, o un uomo, trova il coraggio di denunciare il proprio aguzzino.

Chi viene violato nel suo animo più profondo, non solo deve sobbarcarsi il peso di elaborare il trauma fisico, psicologico ed emotivo, ma deve anche affrontare l’opinione -spesso feroce quanto ipocrita- della gente, una serie di processi -che durano anni, che hanno un costo; con la consapevolezza che ogni affermazione verrà contestata- e il megafono mediatico di giornalisti e politici.

La vittima, dopo aver affrontato il mostro fuori e dentro di sé, deve mettere in conto che se parlerà ci sarà sempre qualcuno che istigherà al dubbio, punterà il dito, la sommergerà di ma e però che pesano come macigni. 

E così la violenza carnale viene sminuita, il racconto dei fatti adulterato. I ruoli si invertono: la vittima diviene la furba tentatrice che adesca “l’ingenuo” stupratore. Mai narrativa fu più falsa quanto longeva.

Ritornando all’attualità più stretta, sono due gli episodi su cui si è accesa la discussione: il video sfogo di Grillo, il cui figlio è accusato di violenza sessuale di gruppo nei confronti di una ragazzina, e la conferma di condanna, con l’aggravante di stupro, per l’ex funzionario Dss.

Stesso reato ma con dinamiche differenti, che mettono l’accento su diversi aspetti, come la tipologia di abuso, le tempistiche per inoltrare denuncia, la pena inflitta, la discussione sociale e politica sull’accaduto, l’omertà.

Il mostro in casa

Li chiamiamo orchi noi, gli abusatori. Ci immaginiamo uomini brutti, poco rassicuranti, dai connotati bestiali. Ci immaginiamo l’orco come un perfetto sconosciuto, che incontriamo una sera in un vicolo deserto. E ci punta, ci inchioda al muro selvaggiamente e, con altrettanta forza, ci fa del male. 

Nella maggioranza dei casi però non è così. Il carnefice spesso vive con noi fra le mure domestiche. È il fidanzato, il marito, il cugino più grande, il vicino di casa, l’amichetto con cui giochiamo sotto casa, un parente stretto, il candido prete, il commesso tutto carino e composto che lavora al supermercato o in banca, il maestro di scuola, l’allenatore di calcio o pallavolo, il gruppo di ragazzini ricchi e “per bene” oppure l’addetto che lavora per lo Stato. Sono le persone di cui ci fidiamo di più: sono apparentemente gentili, affascinanti, innocui.

Succede a papà Grillo di avere il mostro in casa, col figlio accusato di avere violentato insieme ad altri tre ragazzi una coetanea. Succede alle Istituzioni ticinesi di avere il mostro in casa, con l’ex funzionario Dss. 

Il giorno dopo

E possiamo dire tutto. Possiamo attaccarci a stupide scusanti come fa Grillo sulle tempistiche:“Una persona che viene stuprata alla mattina, il pomeriggio fa il kitesurf e dopo 8 giorni fa una denuncia”, dimenticandoci che ogni essere umano vive l’abuso in modo differente. C’è chi ci mette anni, c’è chi per autodifesa decide di seppellire il trauma, di non ammettere ciò che è successo nemmeno a se stesse. C’è chi il giorno dopo non esce di casa, si rintana nel letto, si lava costantemente per cercare di rimuovere il senso di sporcizia lasciatogli addosso. Come c’è anche chi il giorno dopo parte in vacanza, fa un esame importante, torna a scuola, in ufficio, esce con gli amici. C’è chi denuncia dopo 8 giorni e chi dopo 30 anni. 

A scadere non è dolore ma purtroppo è  il tempo per denunciare.

Oppure può sminuire l’accaduto coi discorsi da bar, maschilisti, senza tatto, come fa lo stesso Grillo:“C’è tutto il video, passaggio per passaggio, si vede che c’è la consenzientità, si vede che c’è il gruppo che ride, che sono ragazzi di 19 anni che si stanno divertendo che sono in mutande, che sono in mutande e si alternano con il pisello così… perché sono quattro coglioni non quattro stupratori…”.

Per non parlare poi di chi, riguardo al caso dell’ ex funzionario Dss, si attacca al nome (che non farò, non per nascondere “l’innominabile” ma per il volere delle vittime, che desiderano tutelare loro stesse e anche la figlia dell’uomo. E per me il volere delle vittime vale più di quello dei forcaioli di turno), all’appartenenza politica, ai legami di amicizia, strumentalizzando il tutto.

Perché, alla fine, il problema del giorno dopo, non sta in ciò che fa o non fa l’abusata, ma è ciò che facciamo o non facciamo noi.

Possiamo continuare ad andare avanti a fare interrogazioni, indagini, articoli all’acqua di rose. Possiamo alzare la voce, fare gli indignati, quelli che – a parole – sono capaci di andar contro tutti e tutti. 

Ma se non troviamo il coraggio di comprendere che questi silenzi, queste verità sottaciute da parte di un partito, di un dipartimento, di una Istituzione, sono lo specchio di un comportamento generalizzato della nostra società, rimarremo fermi al palo.

Se non troviamo il coraggio di vedere lo stupro come un fenomeno culturale complesso, non solo impulso ma anche, e soprattuto, come lo strumento con cui uno o più uomini si servono per mantenere il proprio status quo, rimarremo fermi al palo.

Se non troviamo il coraggio di mettere le questioni di genere al centro del campanile, rimarremo fermi al palo.

E soprattutto, se non troviamo il coraggio di renderci conto che la nostra giurisprudenza, rispetto alle questioni legate alla violenza di genere, è talmente giovane da non essere nemmeno maggiorenne, oltre che piena zeppa di lacune, rimarremo fermi al palo. Rimarremo ai 18 mesi di detenzione sospesi per un periodo di prova di 2 anni dati all’ex funzionario, perché dopo l’accaduto “ha fatto il bravo” e non sono emersi altri casi. Un nulla.

Perché le parole di un Grillo, uomo, papà e capogruppo politico non si fermano a lui o a un qualunque sentenziante uomo di mezza età -col tasso alcolemico alto e il quoziente intellettivo basso – appoggiato al bancone di un bar di paese, ma vengono pronunciate come arringa di difesa nei tribunali. E sono accettate.

Come vengono anche accettati i silenzi, le coperture, l’insabbiamento di queste relazioni malsane, tossiche, criminali fra l’ex funzionario e le ragazze. Rapporti che comunque, e questo lo si evince anche dagli atti, erano vissuti non dico alla luce del sole, ma quasi.

Bugiarde fino a prova contraria

Mi ricordo il primo processo a cui partecipai come giornalista. Era ottobre 2020, presso la Corte di appello e revisione penale di Locarno. Alla sbarra sedeva lo psichiatra luganese, condannato per sfruttamento dello stato di bisogno nell’ambito di reati sessuali nei confronti di quattro ex pazienti. L’esito del ricorso e dell’arringa difensiva porterà i suoi frutti: il 55enne verrà in fatti prosciolto in due casi e la pena, dai tre anni e otto mesi, scenderà a tre anni e sei mesi.

Sapete cosa disse l’avvocato per difendere il suo assistito? Pronunciò queste frasi: “Ha ingigantito la cosa”, “La ragazza si prostituiva. Era molto emancipata”, “Era una donna fragile e bisognosa d’affetto. È stata lei ad avvicinarsi e a chiedere sesso”, “Non ha detto di no”. 

Quattro accuse, quattro verdetti già scritti per quattro donne che, da accusatrici, si ritrovarono a doversi difendere.

Ecco, per tutto questo dico che ci vuole coraggio per sopportare il fatto di essere delle bugiarde fino a prova contraria. E mentre queste donne combattono e mostrano al mondo la loro audacia, noi restiamo fermi al palo.

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