Un Caffè amaro per il Ticino

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Il 4 luglio scomparirà il Caffè. Il domenicale creato da Lillo Alaimo e da Giò Rezzonico nel 1994, dunque 27 anni fa, soccombe alla crisi della carta stampata.

Un giornale nel bene e nel male con molte frecce al suo arco. Se è vero che molti si lamentavano per il taglio da tabloid, spesso improntato alla facile riscossione di consensi con articoli macabri o particolarmente truculenti, famose le ricostruzioni a fumetti dei delitti o la grafica a chiazze di sangue, è anche vero che col Caffè muore una testata che aveva il pregio di saper rimestare nel torbido. Il fatto di far capo all’editore Ringier, gruppo multimediale internazionale, gli dava una garanzia di immunità che molti altri non hanno in un Ticino spesso richiuso su se stesso e adito a connivenze e inciuci.

Lo faceva bene e con un piglio inconsueto dalle nostre parti, dove il giornalismo di inchiesta sembra merce rara. Un po’ perché è costoso – spesso le indagini finiscono in un nulla di fatto e un giornalista perde magari giorni o settimane inseguendo fantasmi- un po’ perché la crisi globale della carta stampata chiede il suo prezzo.

Dispiace? Certo che sì, con il Caffè se ne va un pezzo di storia, ma anche un giornalismo scomodo che spesso ha finito per pestare i piedi a personaggi che non venivano scalfiti da altri media. Dispiace perché Lillo Alaimo, controverso direttore, era comunque un ottimo professionista, a prescindere se piacesse o no il taglio che dava alle notizie.

Comunque già l’acquisto della testata da parte del Corriere del Ticino qualche anno fa, non lasciava presagire nulla di buono, soprattutto vista la fine che aveva fatto anche il Giornale del Popolo, inglobato dal Corriere e fallito poco dopo.

Oggi suonano le campane a morto per il domenicale, che chiude in concomitanza col pensionamento di Lillo Alaimo. Come il capitano di una nave che affonda col proprio bastimento, Alaimo idealmente accompagna nell’oblio la sua testata, un momento di amarezza da una parte, ma anche di soddisfazione dall’altra. Soddisfazione per aver partecipato, e questo è un dato di fatto, a segnare la storia giornalistica del nostro cantone negli ultimi decenni.

Almeno a parole, il Corriere non prevede di licenziare personale, che verrà riassorbito dalla redazione di Muzzano e che si occuperà in gran parte del nuovo domenicale (La Domenica del Corriere), diretto dall’immarcescibile Paride Pelli.

Il nome, di per sé stesso poco fantasioso anche se ovvio, richiama un’altra testata più blasonata, che ha raccontato per quasi un secolo, dal 1899 al 1989, fatti di politica e costume italiani. Parliamo de La domenica del Corriere edita dal milanese Corriere della Sera, periodico domenicale illustrato, per buona parte della sua storia, dalle incantevoli e avventurose tavole di Walter Molino.

Il Ticino perde pluralismo mediatico? Ovvio, anche a voler dare il beneficio del dubbio alla nuova testata, essa entra pienamente nell’organico del gruppo del Corriere del Ticino, che possiede anche Ticinonews. La proprietà del Corriere, non era nemmeno brillata per gestione, e ne avevamo criticato la scarsezza imprenditoriale solo l’anno scorso (leggi qui sotto).


Ed è vero che il Corriere, almeno sotto la gestione Foa, vecchio amministratore delegato, aveva preso una china destrorsa quasi imbarazzante. Sta ora a Paride Pelli cercare di ridare autorevolezza non solo al Corriere, di cui è direttore, ma anche al nuovo domenicale, sperando che non diventi un ricettacolo di notizie trite o di minestra riscaldata o, peggio ancora, di gossip al bordo del campo da golf.

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