Una nuova città libera dal razzismo

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Freedom è solo un nome. Un nome anche un po’ abusato. Perché la libertà alla fine è solo una cosa soggettiva. In un’epoca di razzismo nemmeno tanto latente, alimentato negli anni passati da un Trumpismo selvaggio e senza scrupoli, ha reso la vita degli afroamericani sempre più precaria. Ecco il perché, un gruppo di famiglie della Georgia si è costituita in un’associazione che ha comprato dei terreni per viverci e creare una realtà libera sì, ma dal razzismo.

Il senso di urgenza traspare, anche negli intenti del gruppo, composto ovviamente da afroamericani. La cosa in se stessa ricorda un po’ il tentativo fatto all’inizio dell’Ottocento da un’associazione abolizionista statunitense, la American Colonization Society, che fondò l’attuale Liberia (anche qui il nome richiama alla libertà), uno Stato africano composto da ex schiavi afroamericani. 

La “Freedom Georgia Initiative” nasce, si ha l’impressione, per liberarsi dalle pastoie di una vecchia società ormai incistata in stereotipi. In questo senso, il progetto ha un ampio afflato che sa di sogno e di rivalsa, che presagisce una nuova cultura e un nuovo modo di vivere, anche più collettivo ed ecologico. Avrebbe quasi il sentore di una comune Hippy, se alla sua base non ci fossero i tragici fatti razziali degli ultimi anni.

Leggiamo dal sito dell’associazione:

“La nostra visione è quella di sviluppare i nostri 502 acri di terra ricchi di risorse appena fuori Toomsboro, (Georgia) per la creazione di una comunità innovativa, sostenibile dal punto di vista ambientale, che crei salute, benessere, sviluppo agricolo ed economico, arti e la cultura per le generazioni a venire.”

“Freedom Georgia Initiative”, parla di famiglie nere e dei loro alleati. Non ci è dato sapere se anche di altri colori, supponiamo di sì, perché se no il rischio è di trasformare un’esperienza con belle premesse in un ghetto. E se pensiamo in molti che gli afroamericani o la gente di colore in genere, abbiano diritto a pari trattamento e a non esser discriminati soprattutto sul lavoro e dalle forze dell’ordine, guardiamo con sospetto esperienze di questo tipo, che troppo spesso prestano il fianco a derive razziali. Volete un esempio pessimo? La cittadina di Orania, in Sudafrica, che è “Black free”, ovvero libera dai neri.

Fondata nel 1991, appena dopo la fine dell’apartheid, Orania è stata fondata e accoglie solo bianchi che vivono seguendo i propri valori (ovviamente razzisti). Oggi conta circa 2000 abitanti, praticamente tutti afrikaaner, di origine olandese e tedesca. Il quotidiano britannico “The Guardian” scrive: 

“Orania rappresenta la vera ostilità nei confronti dell’idea di un Paese unico, unito e non razziale”.

Gli Oranioti se ne fregano e ribadiscono che la loro città è un progetto culturale, e che il fatto di poter accogliere solo i bianchi deriva dalla volontà di preservare il lascito afrikaner. Sembra di sentir parlare l’italico senatore Pillon e i suoi accoliti. 

Ecco perché, iniziative come quella di Freedom, devono dimostrare davvero apertura, perlomeno a tutti coloro che hanno fatto della parità tra gli individui una pietra miliare del loro credo.

Vale per le donne, vale per il colore della pelle, vale per l’orientamento sessuale o religioso. Insomma, non è poi così difficile. Certo, i nostri pregiudizi sono spesso messi a dura prova, ma un assunto universale deve valere: se non mi fa male, ha diritto di esistere, anche se non mi piace, anche se mi dà fastidio. Allora, e solo allora, l’utopia può diventare realtà.

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