Artin, il viaggiatore del Nord

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Viaggia leggero come una garza sull’acqua il piccolo Artin, ondeggia e scivola divertito tra la schiuma delle onde e anche se l’acqua è gelida lui non sente freddo. Lo sguardo felice scruta il cielo che raggruppa le nuvole come un pastore. Le bianche pecorelle si acquattano le une sulle altre a formare nuove figure, componendo poemi di bianco e d’azzurro. 

A volte il tempo cambia e vira sul brutto. Il cielo diventa scorbutico e scostante, come un amico che arrabbiato ti volta le spalle imbronciato. Allora Artin è un po’ preoccupato, perché le pecore diventano lupi grigi ululanti che vorticano sulla sua testa, mentre la pioggia scroscia gelida sull’acqua e il vento schiaffeggia le onde, o sono le onde a schiaffeggiare il vento?

L’aria col tempo si fa più fredda, ma il sole torna a splendere. Artin vede due rondini di mare che compongono curiosi e pomposi arabeschi sopra la sua testa. Se tirasse dei fili dove volano questi uccelli, disegnerebbe incredibili percorsi con la sua mente. Il mare è un po’ agitato e frequenti spruzzi lo solleticano e lo infastidiscono, come moscerini estivi. Le sue membra docili, accompagnano il moto delle onde, accarezzando i piccoli pesci che si riparano all’ombra del suo corpo.

Lo stupore è grande, quando una balena franca passa annoiata nei pressi, getta un’occhiata pigra del bellissimo occhio dorato ad Artin e lo ignora: non è cibo, non è un pericolo, è roba degli uomini ma non la riguarda. Più avanti, banchi di vigorosi merluzzi frenetici si accavallano per arrivare non si sa dove. I giorni passano, il sole lascia spazio alle nuvole, la pioggia picchiettante solletica la superficie languida del mare del nord.

Karmoy è in Norvegia. In quella zona della terra talmente frastagliata di fiordi da sembrare un pettine. È una terra di vichinghi, di genti che nei secoli passati cacciava i trichechi per le pelli e l’avorio, che poi commerciavano nelle isole scozzesi e nelle colonie danesi in Inghilterra. Lì il mare incontra scabre rocce e piccole graziose case si aggrappano come gattini alla pietra, tra ciuffi stentati di erba. È un paesaggio magico. In lontananza il mare i rabbonisce e sposa il cielo con un rito giornaliero.

È qui che le gentili e professionali mani dei soccorritori norvegesi, hanno raccolto i resti di Artin per portarlo dal coroner, che fatte le sue ricerche riesce a dargli un nome. Artin, un bimbo curdo iraniano di 18 mesi. 18 mesi di coccole, di bacetti sulle manine, di pernacchie sul pancino, in compagnia di mamma e papà, che sono annegati insieme a lui centinaia di chilometri più a sud-est, nel tentativo di attraversare il canale della manica. Partendo dalle spiagge di Dunkerque, le stesse che avevano visto l’immenso esodo alleato nella seconda guerra, sabbie imbevute del sangue di migliaia d uomini, oltre che una delle rotte più mortali per i migranti.

Ah, anche i suoi fratellini sono stati inghiottiti dal mare: Anita, di nove anni e Armin di sei. 

Artin, che era cicciotto e furbo ha galleggiato, non ci stava a finire sul fondo. 

Certo gli mancavano mamma e papà, e gli scherzi dei fratellini, mentre il suo corpo, sempre più scarno e sbocconcellato dai pesci arrivava fino in Norvegia, ma per il resto non si è annoiato. Il mare, una vota che ci hai fatto i conti, è un amico fedele, che ti fa compagnia e ti culla. 

C’è un proverbio curdo che recita: “I curdi non hanno amici, ma montagne”. Artin ha dovuto comunque imparare ad amare il mare, perché le montagne delle sue genti erano lontane e nebulose, fiocchi di pensieri che si scioglievano al sole del mare del nord.

Artin adesso ha sonno, chiude gli occhi dalle palpebre pesanti e dalle ciglia folte e scure su questa storia. 

Sssst…ora fate silenzio, lasciamolo dormire e accostiamo la porta, usciamo a passi felpati come tigri nella giungla, così che un filo di luce lo possa accarezzare e scacciare la paura.

Buona notte Artin

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