E del cul fece trombetta

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“Ed elli avea del cul fatto trombetta.” È la metafora irriverente con cui Dante chiude il canto XXI dell’Inferno. Una metafora su come il suono del peto sia in questo caso equivalente a quello delle trombe delle bande militari. Trombe e bande che oggi dovrebbero forse far risuonare la carica proprio sull’impatto di certi inquinanti, ben più impattanti perfino della CO2. È il caso per esempio del metano prodotto in gran parte negli allevamenti intensivi dai batteri presenti negli intestini dei ruminanti, un gas che è aumentato senza sosta anche durante la pandemia. 

Difficile monitorare la produzione di metano, visto il modo in cui viene generato. Eppure, malgrado i dati parziali che abbiamo a disposizione, il metano è responsabile per circa un quarto dell’innalzamento delle temperature globali. Attualmente attraverso l’attività umana produciamo 300 milioni di tonnellate di metano, ma la verità è che questa cifra è destinata a crescere ancora. Inoltre l’effetto del metano nell’atmosfera è, a parità di peso, ottanta volte peggiore della CO2.

Ma la buona notizia è che una sostanziale riduzione, una radicale inversione di tendenza è possibile. Oltre che necessaria. Si stima che il 75% delle emissioni prodotte dall’industria petrolifera e del gas (il 16.5% delle emissioni umane totali) potrebbe essere evitato grazie alla tecnologia e, in buona parte, a costo zero. Dato che il metano recuperato potrebbe essere rivenduto. Questo a riprova di come a volte la vera impresa stia semplicemente in un cambio di mentalità e di abitudine.  

Un cambio di passo e di mentalità che si fa ancora più urgente se pensiamo alle emissioni prodotte dagli allevamenti intensivi e dall’agricoltura industriale, responsabili dei due terzi del totale di emissione di metano. Pensando agli allevamenti, tra le soluzioni prospettate a breve termine, c’è quella di andare a incidere sull’alimentazione degli animali dando loro da mangiare per esempio delle alghe capaci di neutralizzare i batteri responsabili della produzione di metano.

Rimane però il fatto che la vera svolta sta tutta nelle nostre mani. Dipende in buona parte dalle nostre scelte alimentari. Si è calcolato che, per evitare il collasso ecologico, una stima ragionevole relativa ai nostri consumi di cibi d’origine animale, la quantità di carne e di pesce presente nel nostro piatto dovrebbe attestarsi attorno ai 200 grammi a settimana. Perché una risposta seria all’emergenza climatica globale, passa innanzitutto da ciò che finisce sulle nostre tavole, nei nostri piatti.

L’obiettivo di stabilizzare il clima cozza con le nostre abitudini alimentari, con il modo in cui l’uomo moderno ha scelto di nutrirsi.Se la nostra dieta fosse prevalentemente a base vegetale ci permetterebbe di contenere, entro il 2050, il riscaldamento globale, raggiungendo gli obiettivi fissati sulla CO2 con l’accordo di Parigi. Attualmente l’agricoltura industriale è responsabile del 33% delle emissioni a livello planetario. 

Senza contare poi che eliminando gli allevamenti intensivi avremmo di nuovo a disposizione tutto quel terreno che oggi viene utilizzato per il foraggio. Il 70% delle terre agricole sono usate per il cibo degli animali di cui ci nutriamo. Eppure quel cibo destinato agli animali d’allevamento potrebbe nutrire direttamente l’uomo, limitando così la deforestazione. Ecco spiegato perché di fronte alla complessità del fenomeno si fa sempre più necessaria un’azione coordinata. Il tempo delle scoregge politiche è finito.

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