Gli scheletri di un popolo

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Solo poche settimane dopo il macabro ritrovamento di oltre 200 scheletri di bambini indigeni, stipati in una fossa comune dietro a una scuola canadese nel British Columbia, sono stati rinvenuti altri “centinaia” (il numero preciso non è stato specificato, anche se alcune testate riportano una cifra che si aggira attorno alle 700) di resti umani nei paraggi della scuola residenziale indiana di Marieval, Saskatchewan, Canada.

Le ossa sono state scoperte dalla nazione indiana dei Cowessess che, dopo il primo ritrovamento, ha usato parte delle sue (scarse) risorse economiche per acquistare un georadar nella speranza di trovare ciò che rimane di altri membri del loro popolo – a cui dare finalmente una sepoltura dignitosa.

Mentre la maggior parte del governo se ne rimane in imbarazzato silenzio, il Capo nazionale dell’assemblea delle Prime Nazioni (“Prime Nazioni” è il nome dato alle autonomie indigene sopravvissute in Canada), Perry Bellegarde, ha definito il ritrovamento “tragico, ma purtroppo non sorprendente”, presagendo quindi altre scoperte simili.

Questi recenti eventi sono un oscuro memento del violento passato coloniale della nazione canadese e in particolare delle loro “scuole indiane residenziali”. Queste scuole sono state aperte nel 1883 e chiuse definitivamente solo nel 1996.

In pratica, un anno prima che io nascessi, i canadesi ancora chiudevano a forza dei bambini indiani (150’000 circa nel corso degli anni) dentro a scuole per cancellarne la cultura e fare in modo che si “integrassero” nella società canadese. I portavoce Cowessess speculano che vi siano potenzialmente migliaia di altri bambini sepolti in fosse comuni sparse nella vastità del territorio canadese, basandosi su stime del 2008, che parlano di “svariate migliaia” di giovani nativi che parteciparono a questo “programma” senza mai tornare alle loro tribù.

Queste tragiche scoperte sono anche utili a smascherare la natura dell’anglosfera in particolare e del mondo Occidentale in generale. Queste nazioni (Canada, USA, Australia…) hanno un passato orribile che non è affatto remoto, e che ancora oggi condiziona molte politiche apertamente razziste da parte dei rispettivi governi. Ricordiamo ad esempio le proteste contro l’oleodotto CGL che attraversa 190 km di territorio della prima nazione Wet’suwet’en, represse con un gran dispiegamento di forze dell’ordine.

Utili a smascherare dicevo, poiché queste nazioni sono sempre pronte a ergersi paladine dei diritti umani quando le violazioni (o presunte tali) concernono paesi geopoliticamente rivali. Il Canada in particolare è riuscito nell’impresa di convincere il mondo della propria bontà, in parte grazie al bel faccino del giovane primo ministro Trudeau e, in parte, per via del fatto che se il paragone è con gli USA, anche la Corea del Nord ne esce bene.

La spinta antirazzista degli ultimissimi anni ha indubbiamente contribuito a gettare luce sulla natura malvagia e corrotta degli stati coloniali, permettendo lo svilupparsi di una comprensione più profonda della sorte patita dai nativi americani, ieri come oggi.

Ricordiamo ad esempio che le popolazioni di discendenza indigene sono tra le più povere del continente nordamericano, hanno sofferto in modo molto sproporzionato della pandemia da Covid-19 e tutt’ora sono le prime a pagare lo scotto per il rapido deperimento delle riserve idriche (leggi qui).

La strada è ancora lunga, e visti gli ultimi aggiornamenti, viene da chiedersi se siano mai stati mossi i primi passi.

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