Gobbi, la RSI e l’autocritica

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Bisogna ammetterlo, con l’arrivo del gran caldo diventa tutto un pelino più difficile. I nostri nervi sono messi doppiamente alla prova. E tirare le linee da un punto all’altro per capire qual è il disegno che ci sta dietro è un po’ meno semplice, ma non per questo meno necessario. Soprattutto quando in ballo c’è la realtà dei fatti. E così venerdì sera, al Quotidiano, ha finalmente detto la sua, sulla faccenda dell’Ex Macello di Lugano e sulla sua parziale demolizione non autorizzata, anche chi è a capo del Dipartimento delle istituzioni.

Il solito exploit alla Gobbi, verrebbe da dire. Scomposto e sopra le righe. Sebbene col passare del tempo, in fondo, ci si abitui a tutto. Perfino al Norman. Anche a certi suoi modi. Che non è affatto scontato. Anche a certi modi che ci ricordano tanto quelli di certi bulletti di quartiere che hanno sempre l’ultima parola su tutto e la stessa capacità di fare autocritica di un serpente a sonagli. Ecco perché nel momento in cui, come un segugio che non molla la sua preda, Alain Melchionda lo è andato a stanare direttamente nel fortino in cui s’era barricato, è venuto fuori esattamente quel Norman Gobbi lì che già sapevamo e conosciamo bene.

“Vorrei approfittare della presenza del responsabile del Dipartimento delle Istituzioni che è stato più difficile incontrare in queste ultime due ultime settimane per chiedere, a proposito dell’ex Macello, non crede che il silenzio prolungato diventi sempre più pesante e che possa portare a sentimenti di sospetto nell’opinione pubblica?”, l’ha incalzato il bravo giornalista della RSI, al termine di una conferenza stampa sugli ultimi aggiornamenti della campagna vaccinale e sul certificato COVID che vedeva Gobbi affiancato dal collega Raffaele De Rosa responsabile del Dipartimento della sanità e della socialità.

“I sospetti qualcuno li alimenta politicamente e mediaticamente. Qui un po’ d’autocritica magari la RSI potrebbe farla. Detto ciò il silenzio stampa è vincolato dalle risposte che il governo deve ancora dare – e sono risposte del governo e non del capodipartimento – ad atti parlamentari che sono pendenti. E poi c’è anche un’inchiesta penale. Quindi il silenzio rimane tale fintanto che il governo non deciderà sulle risposte e spero lo possa fare presto in modo che questi eventuali dubbi, e ribadisco eventuali dubbi, siano del tutto confutati.” Eccola, la risposta tanto attesa.

Una replica condita da una dose piuttosto abbondante di nervosismo (forse per via del caldo o chissà) da parte di chi sembrerebbe non essere un granché abituato a dar conto agli altri del proprio agire. Soprattutto quando si è tirati in ballo e per la giacchetta da più parti, com’è accaduto fin da subito di fronte all’assordante silenzio di Gobbi. È comprensibile sentirsi a disagio. Sotto attacco. Non capiti. Prima o poi è capitato a tutti di non digerire, di trovare ingeneroso il ritratto che gli altri hanno fatto di noi. A maggior ragione quando l’opinione dei più è pessima. Ma è un po’ come quando ci si trova a guidare contromano, convinti però che a essere impazziti tutti insieme improvvisamente, siano gli altri, non noi. 

Ecco. Se da più parti, politicamente e mediaticamente, ci si è posti e si è fatta qualche domanda più che lecita, sarebbe risultato almeno un gesto di cortesia rispondere. E magari non con il solito “cazzo me ne frega a me”. L’esamino di coscienza forse andava fatto, innanzitutto, su di sé. Esaminare e giudicare il proprio comportamento o il proprio operato. È questo che significa fare autocritica. Prima di chiederlo agli altri. Perché fare scena muta e dare la colpa a chi per mestiere prova a tirare le linee da un punto all’altro, cercando di dar conto dei fatti e non delle chiacchiere condite con tanta, troppa aria fritta significa quantomeno non avere un buon rapporto con se stessi e forse neppure con la verità. 

Ma tanto ormai sarà la magistratura a raccontarci cosa, tra silenzi e versioni a comando, tra polizie, Municipio, operai e ruspe è davvero accaduto nella notte del 29 maggio. Nel frattempo, però, la fiducia in chi ci rappresenta, in chi ci governa nel rispetto delle leggi e si spera dando lustro alle istituzioni è ormai finita ben sotto le scarpe. Lì dove a essere calpestata e infangata è l’idea stessa di dialettica democratica. 

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