Il telefonino rivoluzionario e socialista

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La notizia è di una decina di giorni fa, ma i primi pezzi saranno venduti a fine giugno: Cuba vara un suo telefonino con sistema operativo autoctono e costruito al 100% sull’isola.

“Aprendimos a quererte

Desde la historica altura

Donde el sol de tu bravura

Le puso un cerco a la muerte

Aquí se queda la clara

La entrañable transparencia

De tu querida presencia

Comandante Che Guevara..”

Mi perdonino gli estimatori del Che, ma non potevo esimermi dall’iniziare questo pezzo con le celebri note che ne esaltano le gesta. Da dove si trova, Ernesto, guarda probabilmente con curiosità a quello che sta succedendo sull’Isola che ha tanto amato e che lo ricambia tutt’oggi.

Al di sopra delle ideologia una cosa risalta su tutte e non può essere disconosciuta: la resistenza dell’’isola caraibica. Da più di sessant’anni, Cuba continua a portare avanti il suo esperimento sociale comunista, alla faccia dell’iracondo Yankee, che la boicotta dai tempi della rivoluzione. 

E allora, i cubani che si sono sempre arrangiati (con qualche aiuto russo o cinese) hanno deciso di farsi un telefonino tutto loro. Prima di ridere, ricordate che tutta l’isola è già stata vaccinata, peraltro con un vaccino di Stato cubano e autoctono, il che inorgoglisce non poco l’isola. Per non parlare dell’invio di medici ad altri paesi durante l’epidemia (leggi qui sotto).


Un telefonino guevarista, il cui costo, essendo prodotto dallo Stato, dovrebbe essere a portata delle tasche dei cubani che, e lo sappiamo benissimo, da sessant’anni vivono non proprio nella bambagia. Un telefonino cinese o coreano, oggi a Cuba va circa dai 400 ai 700 dollari (come da noi praticamente) un costo fuori di testa per il cubano medio, che si accontenta così di gridare dal balcone per chiamare i figli a pranzo (cosa che peraltro facevamo anche noi solo qualche decennio fa).

È stat Radio Rebelde (un nome una garanzia) a dare la notizia al popolo e al mondo. Entro fine giugno, la società cubana, pubblica e socialista ( ça va sans dire) Gedeme electronica, metterà in vendita i primi 6000 esemplari. 

Facendo un gioco di parole ignobile, possiamo dire che una nuova rivoluzione avviene a Cuba. Piaccia o non piaccia, questi si arrangiano, e fanno spesso mordere la polvere all’odiato Yankee, che non sembra mollare la presa, come un pit bull attaccato a una corda.


Ma non solo, la sfida è dare al telefono un sistema operativo “echo en Cuba”. Si tratta del (leggiamo da Repubblica):

“… NovaDroid, che è stato messo a punto dalla Universidad de Ciencias Informáticas (Uci). Questo Ateneo cubano, che studia le scienze informatiche, ha inaugurato NovaDroid nel 2013 su iniziativa di docenti e studenti. Adesso lo mette a disposizione del cellulare cubano in una versione perfezionata, aggiornata.”


Allora: il buon Che non penso si rivolti nella tomba. Lui era uno comunque aperto a nuove idee. Certo è che i più anziani filocubani magari storceranno il naso, vedendo una rivoluzione che, dopo essersi fatta strada a schioppettate e granate, si ritrova oggi a combattere guerre di marketing e tecnologiche.


E la vita gente, ma una cosa bisogna ricordare: Cuba resiste. Lo fa con fatica certo, e molti giovani non capiscono le insidie di un benessere che sembra dorato ma nasconde sacche di miseria nera, come in tanti altri paesi dell’America latina. Eppure il modello cubano, al saldo della politica, è un modello che permette a un paese che vive in un’area potenzialmente depressa, di avere una dignità che tanti altri si sognano. Magari a Cuba non c’è la ricchezza, ma l’orgoglio sì, quello se lo meritano.


Hasta la telefonia siempre! 

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