Kim Jong-un vieta i jeans

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Il leader massimo Nord Coreano è riapparso in pubblico dopo una lunga pausa e a Seul qualcuno si preoccupa del suo presunto deperimento, soppesato dagli esperti attraverso un’ analisi del cinturino dell’orologio, apparentemente ampio per un polso che pare più esile del solito.

Ma il suo polso, seppure ingracilito, picchia ancora come un maglio sulla scrivania visto che dai piani alti di Pyongyang stanno piovendo direttive inesorabili.

Dalla plateale calotta orizzontale di una capigliatura corvina , piallata al punto da convertire il crapone in una sorta di piattaforma di atterraggio per falchi in avaria, decollano una pioggia di nuovi nevrastenici provvedimenti, ferrei e risoluti: sono riassunti in un cartello multicolore, dove sulla destra è ben evidenziata una mano con il palmo aperto che esprime inequivocabile ammonimento mentre la sagoma di una giovane ragazza osserva, sovrastata da due punti esclamativi di sproporzionata dimensione.

Niente jeans attillati, assoluto divieto di piercing, veto totale per eventuali stucchevoli tentazioni di taglio di capelli all’occidentale, proibizione di ricorrere alle malignità del linguaggio straniero da ritenersi inibito a tempo indeterminato ed esplicita raccomandazione ad evitare l’insalubrità dei film stranieri e delle soap opere sudcoreane, da centellinare a televisore ben spento.

La nuova veemente crociata intrapresa da Kim Jong-un è specificatamente rivolta all’eradicazione di qualsiasi guizzo di pensiero reazionario.

Nella Corea del Nord, nel corso del  mese di maggio, è stata varata una legge circostanziata che contempla sanzioni drastiche per chi cadrà nella tentazione di non obbedire ai comandamenti dell’allineamento proletario, pena la morte o i campi di lavoro o di rieducazione.

Lo stesso Kim Jong-un, che quasi sempre appare sorridente come un bimbetto al quale abbiano appena regalato un missile piccino picciò da lanciare con la fionda nel mar del Giappone, ha indirizzato un’infuocata lettera alla Lega della Gioventù, come riportato da Rodong Sinmun, cupa voce del Partito dei Lavoratori.

Il tenore della missiva è da strizza massiva, grazie a frasi intimidatorie che sollecitano la repressione di “condotte sgradevoli , individualiste e anti socialiste” mentre si stigmatizza con sdegno la punta dell’iceberg della sconvenienza rappresentata  dai veleni sprigionati dai jeans, maledetti contenitori di chiappe che rischiano la contaminazione della degenerata moda occidentale.

Un congruo espiativo periodo di campo di rieducazione  è stato ultimamente comminato a tre adolescenti colpevoli “di essersi acconciati i capelli alla maniera dei gruppi sudcoreani K-pop e di aver indossato pantaloni corti sopra le caviglie.”

La spada di Damocle della marcescente impostazione capitalista ha indotto il leader dimagrito ma non assopito a contrapporre un secco no perfino alle Olimpiadi di Tokyo.

Nel frattempo i pochi diplomatici rimasti nella Corea del Nord informano che serpeggia un’evidente carenza di quasi tutti i beni di prima necessità, dai medicinali al dentifricio.

Le sanzioni internazionali contro il programma nucleare e missilistico stanno complicando, giorno dopo giorno, la sopravvivenza della gente comune mentre “La guida fuori dal comune” seguita a fumare sigarette pesanti , alla faccia dei suoi incalzanti inciampi di salute come diabete, ipertensione e gotta.

I suoi biografi, o almeno quelli ancora in vita in virtù di una temporanea inappetenza delle tigri, parlano di un illuminato dittatore smodato mangiatore: saranno anche leggende metropolitane ma è quasi

certo che Kim sia un arrembante gozzovigliatore che adora abbuffarsi con caviale, aragosta e formaggio svizzero sbevazzando fino a dieci bottiglie in una notte.

L’appetito, è risaputo, vien tiranneggiando. 

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