La deriva autoritaria dell’ANP

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L’assassinio del 44enne Nizar Banat, noto attivista politico e critico dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) rappresentata dalla leadership locale, ha messo in luce il crescente divario tra questi alti funzionari palestinesi, che vivono nelle case costose e beneficiano di permessi speciali israeliani, che esprimono fedeltà all’indiscusso presidente Mahmoud Abbas (conosciuto anche come Abu Mazen), ed il resto della popolazione.

Il 24 giugno a Dura, poco prima dell’alba, una squadra delle forze di sicurezza dell’ANP ha fatto irruzione nell’abitazione del giovane Banat, facendo saltare la porta con un ordigno, e lo ha arrestato. Dopo aver spruzzato sparay urticanti lo avrebbe denudato e picchiato selvaggiamente con manganelli, caricato su un auto e portato via.

Poche ore dopo l’ospedale governativo di Hebron dichiara la sua morte.

Durante la conferenza stampa del direttore della commissione indipendente per i diritti umani, viene dichiarato che: “Due medici incaricati dell’autopsia hanno definito la sua morte innaturale, in quanto presentava lividi e abrassioni su molte parti del corpo, tra cui testa e collo”.

La sua morte ha scatenato una forte ondata di protesta tra i palestinesi; durante il funerale centinaie di persone sono scese per le strade marciando in direzione del quartiere generale del presidente Abu Mazen. I manifestanti urlavano “il popolo vuole la caduta del regime” e “Abbas non sei uno di noi, vattene”.

Nizar Banat, candidato alle mancate elezioni parlamentari con la lista Freedom and Dignity, era molto seguito sulle reti social da dove lanciava le sue forti critiche alla gestione dei governanti e alla corruzione dilagante: tra queste la critica all’Autorità Nazionale per l’acquisto di vaccini scaduti da Israele.

Dopo il rinvio delle tornate elettorali, Banat era stato promotore e firmatario di un appello alla Corte Europea dei diritti umani in cui chiedeva il taglio e la fine dei finanziamenti all’ANP.

Piu’ volte arrestato per reato di pensiero e opinioni critiche, aveva rivelato di essere stato minacciato dall’intelligence dell’ANP; nel maggio scorso la sua casa  era stata crivellata di colpi con all’interno tutta la famiglia.

Alla fine di aprile dozzine di critici e attivisti di social media sono stati arrestati con l’accusa di affiliazione ad Hamas e per aver criticato l’annullamento delle elezioni parlamentari e presidenziali.

I palestinesi della Cisgiordania esprimono sempre più frustrazioni per le tattiche oppressive adottate dai servizi di sicurezza nel reprimere la libertà di parola; chiaro segno che il sistema è corrotto e punisce chiunque lo critichi.

Sulla vicenda è intervenuta anche Hamas, che controlla la striscia di Gaza, accusando Mahmoud Abbas di essere responsabile dell’assassinio di Banat, un crimine organizzato e pianificato.

Secondo le stime del Palestinian Center for Policy and Survey Research, due terzi dei palestinesi vorrebbero le dimissioni dell’attuale presidente Abbas; egli avrebbe solo il 29% dei consensi, mentre Ismail Haniyeh il 19% e Marwan Bargouthi il 48%.

Le accuse rivolte a Abu Mazen e al suo partito Al Fatah sono la prova evidente del crollo della popolarità del movimento; l’ANP viene considerato sempre più come un organo repressivo ed incapace di sostenere il confronto con gli oppositori. La cancellazione delle elezioni presidenziali e parlamentari, previste per il 22 maggio e 31 luglio, sono la prova evidente di questa deriva autoritaria.

È chiaro che il movimento Al Fatah necessita di una svolta politica, ma nel clan dell’85 enne Abu Mazen non c’è nessuno che possa sostituirlo; i gerarchi e l’ entourage, nell’illusione di mantenere il potere all’ombra di una quercia ormai vecchia e debole, hanno osato rimandare le tante agognate votazioni che i palestinesi aspettavano da 15 anni, con il silenzio complice degli israeliani.

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