La “gnamguria” diventa baby

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Per la miseria, ci siamo. Stanno maturando alla grande le angurie assieme alle adorabili liturgie dei puri di spirito che le amano visceralmente. La varietà più diffusa dalle nostre parti si presenta chiamandosi aulicamente “Crimson Sweet” , un cocomero monumentale con un quarto di nobiltà e tre quarti di rapidità, perché dopo un paio di fette aspirate a mantice, affondando il muso dentro quelle mezzelune festose come i colori di un luna park, occorrono discrete doti da ” Crimson Fast” per evitare che le garrule abbondanti pisciatine finiscano fuori sede.

Il grosso problema che sta assumendo negli anni una drammatica ripetitività è piuttosto quello del progressivo rimpicciolimento della “Sugar Baby” , allineata nei supermercati in interminabili file di cucurbitacee ridotte e ridimensionate, poco più grandi di una palla da biliardo , così esigue da accontentare boccucce di rosa e labbra che si serrano a cerniera su striminzite sferette artisticamente striate e pronte per l’apologia dissetante e zuccherina alla moda della Barbie.

Molti consumatori esigono il minimo sindacale, rimirano la buccia senza degnarsi della ripetuta percussione da nocche, sfiorano vezzosamente il frutto idratante e antiossidante, apprezzandone le caratteristiche tascabili e minuscole, mentre le calorie e i valori nutrizionali restano compressi, alla faccia dei vituperati mastodonti voluminosi e pesanti , veri macigni da afferrare con tutto il vigore delle braccia prima di gettarli nella vasca da bagno a metabolizzare sublime frescura fra secchiate di cubetti di ghiaccio.

Bestioni che piombano nell’artificiale mare artico con quei dorsi verdastri dentro i riflessi di verzura amazzonica, pronti a essere fiocinati e sezionati da coltelli fuori misura.

Quella della anguria è una epopea, una infinita commedia dell’arte, una razzia nei profumi che si sprigionano, un annaspare in mega fette dove le cavità orali diventano antri e dove l’impudicizia dell’umanità si manifesta in centinaia di semini sputacchiati in mille traiettorie licenziose .

Ecco perché l’avvento della anguria baby minaccia la fine di un’epoca fatta di sconsideratezza e di versi evocanti lo sciabordio delle onde quando il mare si fa grosso.

La mini anguria è lambita e poppata da gentiluomini snob e ricercati, da commensali aristocratici e blasonati, da gentildonne patrizie e chic, da dame dalle movenze sincopate e dai palati dirozzati.

La loro fettina è poco più grande di una cialda remineralizzante, di un tocchetto di polpa che combatte l’ipertensione sgominando la passione.

Il rito si consuma silente e perfettino, senza che esondi lo tsunami degli inzuppati, degli impregnati, degli imbevuti, dei saturi e dei beati ” sbausciati”.

Aveva ragione mio nonno Carlo che amava chiamare questo capolavoro della natura “gnamguria” :

il grande vecchio lavorava da artista delle nocche, picchiettava con perizia, ispezionava a martelletto, palpava da libidinoso, strisciava da rabdomante, zappettava origliando e “snoccava” auscultando .

Terminata la scrupolosissima visita, dava il varo al gran taglio e se la “gnamguria” superava i venti chili, il rischio era quello di riascoltare per l’ennesima volta la storia dell’egemonia dei giganti che usavano i semini per fare imposte alle loro dimore.

Una fiaba un tantino pallosa che avrebbe comunque riempito di sano panico i paladini della anguria baby.

Quell’esercito di snob che piuttosto di sbrodolarsi venderebbe l’anima al diavolo, ma solo dopo averla avvolta in un elegante involucro di carta crespata millesimata. 

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