La Svizzera che affonda nel passato

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Non so voi, ma ci sono giorni in cui io mi sento più pesante di quanto segni la bilancia al mattino. Confesso che accade piuttosto spesso, sebbene non si tratti né per quel che ho mangiato è neppure perché sono depresso più del solito. L’ultima volta mi è successo domenica scorsa di fronte all’esito delle urne. Quei due no al bando dei pesticidi e la bocciatura della riduzione della CO2 m’hanno immerso in un incubo che avrei preferito non vivere. Perché quella di essere bloccati da qualche parte, di faticare a muoversi al punto di non riuscire nemmeno a stare in piedi o fare un passo è una delle sensazioni più orribili.

Per carità, il popolo ha deciso, io con il mio voto ho detto la mia e la maggioranza vince. Eppure, troppo spesso, le cose vanno a finire come domenica. C’è purtroppo una parte, una fetta importante di persone che, non avendo fatto i conti con le proprie paure, preferisce continuare a vivere nel passato, facendo della Svizzera di una volta il proprio modello. La propria casa per tutta la vita. Come se lo scopo della propria vita fosse bloccare lo scorrimento del tempo altrui. Come se il futuro e il porsi degli obiettivi, anche ambiziosi da raggiungere, fossero una grave minaccia alla propria identità. Esemplare in questo senso è stato il diritto di voto alle donne. 

Com’è possibile che in Svizzera (nemmeno tutta poi) ci si è arrivati sei anni dopo l’Afghanistan? Perché con il voto alle donne si sarebbe intaccata per sempre la granitica perfezione di una nazione che del patriarcato aveva fatto il suo modello aureo. La stessa cosa che accade oggi. Tra gli argomenti portati per affossare la legge sulla CO2 quello del livello di immissioni prodotte qui da noi, cioè lo 0,1%. Insomma stando a questo dato la nostra condotta sarebbe praticamente ininfluente. Balle. Perché considerando anche le immissioni legate alle importazioni, l’impatto di un abitante in Svizzera è di ben 14 tonnellate di CO2 all’anno, più del doppio della media mondiale.

Inoltre c’è un altro aspetto che tendiamo a non considerare, di fronte al quale facciamo bellamente finta di nulla. Già. E se parlassimo del nostro deficit ecologico con il Pianeta? Se tutti i Paesi consumassero tante risorse quante ne consumiamo noi ci vorrebbero quasi tre Pianeti Terra per coprire il fabbisogno di tutti. Quindi basta raccontarci balle, basta vivere aggrappati a un’idea di passato che si riverbera soltanto nelle nostre testoline. A dircelo è, tra l’altro, la Quinta Svizzera. Ecco perché è tempo di voltare pagina, di mettere un punto anche a quest’ultimo capitolo, di fare il lutto del bellissimo e idealizzato paradiso terrestre che per alcuni è la Svizzera e accettare che un’alternativa sia percorribile. 

È tempo di pensare al futuro, piuttosto che al passato. Ce lo dicono gli svizzeri all’estero. L’analisi del voto degli espatriati ci mostra come, chi è in grado di metterci a fuoco dalla giusta distanza, non ha dubbi né paure. E magari vorrebbe che fossimo in grado di arrivare a tagliare il traguardo prima che siano gli altri a imporcelo. Prima di doverci andare per forza a sbattere contro. Ecco perché da parte della Quinta Svizzera c’è stato un vero e proprio plebiscito riguardo alla legge sulla CO2, largamente accettata con percentuali perfino superiori al 70%. Capisco, è comprensibilissimo il timore di perdere il proprio passato su cui costruiamo buona parte della nostra identità, ma una Svizzera edificata sull’avversione per il futuro è una Svizzera francamente miserabile. 

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