Le mosche non si danno delle arie

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Le mosche non scorreggiano, ci avete mai pensato? O se ci avete pensato non sapevate darvi una risposta. Un problema non secondario, legato alla produzione di proteine senza il devastante apporto del metano, prodotto invece in grandi quantità dagli ungulati.

Le mucche ruminano. E rumina che ti rumino producono giocoforza, con la fermentazione delle erbe in omaso e abomaso, (gli stomaci bovini) una enorme quantità di metano. Uno dei maggiori acceleranti del riscaldamento climatico.

Le mosche non ruminano, vivono poco e si accoppiano in continuazione, deponendo montagne di uova. Ecco perché una parte dell’industria agroalimentare si sta orientando verso gli insetti, per l’alimentazione umana, ma soprattutto per quella animale.

Le mosche, dicevamo, si accoppiano volentieri, fanno un sacco di uova, occupano poco spazio e crescono in fretta. Le Hermetia illucens, o mosca soldato, è in pole position per diventare la vedette di questo settore.

La mosca soldato ha la particolarità di nutrirsi con gran sollazzo di rifiuti di compostaggio. Ogni femmina depone 600 uova, che in una settimana, nutrendosi appunto di scarti di compostaggio, passano dai un millimetro ai due centimetri in una settimana. A quel punto, le più fortunelle verranno scelte per tornare a riprodursi, le altre congelate per produrre farine commestibili per cani, gatti, pesci o pollame.

Il businnes dell’insetto, che a molti di voi sembrerà secondario, sembra invece in pieno decollo. Recentemente, la comunità europea si è decisa per la commercializzazione degli insetti, mentre in Svizzera è già realtà dal 2017 (leggi qui sotto).


Un esempio virtuoso è la piemontese fattoria degli insetti Bef Byosistem. Le cifre fanno impressione: Le larve prodotte sono 500’000 alla settimana, cresciute in bioconvertitori che sfruttano il biogas. L’energia elettrica è invece prodotta da pannelli fotovoltaici. L’alimentazione delle bestiole, come dicevamo, è a base di rifiuti organici industriali come i residui di malto delle birre, lieviti e residui o cibo scaduto. Residui per cui solitamente è necessario pagare uno smaltimento e che vengono invece rilevati gratuitamente dall’azienda. Ciò che rimane, ovvero le cacchine di mosca, sono dell’ottimo concime. Questa cosa ci ricorda un po’ il famoso cerchio della vita reso celebre dal disneyano “Il re leone”, al punto che il bilancio ecologico alla fine del processo è addirittura in attivo. Una microfattoria della Bef, calcolano i progettisti, può generare fino a 75’000 euro l’anno di certificati bianchi.

Ma cosa sono esattamente i certificati bianchi? Uno strumento, dei nostri vicini italici, per promuovere l’efficienza energetica. E mentre noi abbiamo appena bocciato la legge sul CO2, restando al palo, l’Italia si prepara a varare la rivoluzione ecologica basata sul recovery found europeo. Leggiamo da GSE.it come funzionano questi certificati, invero un po’ misteriosi:

“…i certificati bianchi sono il principale meccanismo di incentivazione dell’efficienza energetica nel settore industriale, delle infrastrutture a rete, dei servizi e dei trasporti, ma riguardano anche interventi realizzati nel settore civile e misure comportamentali. 

Il GSE riconosce un certificato per ogni TEP (Tonnellata Equivalente di Petrolio) di risparmio conseguito grazie alla realizzazione dell’intervento di efficienza energetica. Su indicazione del GSE, i certificati vengono poi emessi dal Gestore dei Mercati Energetici (GME) su appositi conti.

I certificati bianchi possono essere scambiati e valorizzati sulla piattaforma di mercato gestita dal GME o attraverso contrattazioni bilaterali. A tal fine, tutti i soggetti ammessi al meccanismo sono inseriti nel Registro Elettronico dei Titoli di Efficienza Energetica del GME. “

Non sono sicurissimo di aver capito, ma mi sembra una cosa buona. E se gli insetti non saranno il cibo del futuro, saranno sicuramente uno dei fattori che ci porteranno, speriamo, a ridurre drasticamente l’inquinamento, le emissioni di CO2 e il degrado del pianeta. Certo, alcuni entomologi sono ancora scettici sui sitemi di produzione e sui problemi che facilmente possono incorrere in questo tipo di allevamento, ma c’è un sicuro interesse in questa direzione.

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