Lo sciacallo, il piranha e la cronaca morta

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Quello di ieri è stato un giorno nero per il giornalismo italiano e non solo. A trascinare un’intera categoria di persone nel lutto, non la scomparsa di un essere in carne ed ossa, ma di un’etica e dignità professionale. Per un pugno di click, la stragrande maggioranza dei media si è data alla “pornografia del dolore”, pubblicando il video della funivia del Mottarone nel momento della sua caduta. 

Perché? 

Voglio iniziare così, lasciando in alto, ben visibile a chiunque, questa domanda. “Perché? Che necessità c’era di diffondere, senza autorizzazione alcuna, gli ultimi istanti di vita di quattordici persone? Dove sta la notizia in quei crudeli fotogrammi?”, continuo a chiedermi, sia come giornalista, sia come lettrice e telespettatrice.

Mi sono rifiutata, esattamente come il resto della redazione di GAS, di vedere il video, rimbalzato dapprima sulle grandi reti televisive, il Tg3 della Rai e il Tg La7 in primis, distanti pochi minuti l’uno dall’altro, e poi ripreso a carovana dai siti online delle principali testate italiane, anche autorevoli.

“Perché mostrare questo filmato?”, ci penso e ci ripenso, ma non riesco a trovare una risposta, e mantre mi cruccio a cercare un senso in questo gesto, ho scelto di non vederlo. 

Non l’ho fatto per eccessiva sensibilità, non l’ho fatto perché mi impressiono facilmente, ma perché non voglio alimentare in alcuno modo quella che – a tutti gli effetti – una forma di voyeurismo morboso, in cui si ricerca il dolore, il dettaglio macabro, e ci si costruisce sopra una narrativa amplificata.

Tante scuse ma nessuna veramente opportuna

La scelta di pubblicare la caduta della funivia del Mottarone, ripresa da una telecamera di sicurezza, è stata ampiamente criticata dal pubblico. 

Diversi media si sono giustificati dicendo che le immagini trasmesse servivano, citando le parole scritte da Il Post a dare: “Una aggiunga alla comprensione di ciò che è successo, permetta di vederlo, e di capire più esattamente che cosa sia stato l’evento di cui si è molto parlato e discusso nelle scorse settimane, e che è stato così drammatico e rilevante nella storia di quest’anno e di quei luoghi”, altri invece si sono trincerati dietro al “diritto di cronaca”  e al “dibattito redazionale molto intenso e contrastante”.

Devo essere sincera? Queste giustificazioni sono imbarazzanti e disoneste, nei confronti del pubblico, delle vittime e dei loro famigliari, ma anche verso la categoria dei professionisti stessa.

Le immagini non riportano nessuna notizia, dato che la dinamica dell’accaduto era già stata ampiamente descritta – e soprattutto – spiegata. Dire che il video è “una aggiunga alla comprensione di ciò che è successo”, è la versione dolcificata di “caro lettore, sei così limitato mentalmente che ti faccio vedere il filmato, così capisci bene cosa accade quando cade una cabina”. 

Per non parlare del “diritto di cronaca”, tanto sventolato e abusato. Abusato perché sì, noi giornalisti abbiamo il diritto di pubblicare tutto ciò che è collegato a fatti e avvenimenti di interesse pubblico ma, allo stesso tempo, abbiamo il dovere di rispettare la dignità dell’individuo. Nel codice deontologico svizzero (ma anche italiano) c’è infatti scritto che:“l’informazione non può prescindere dal rispetto della dignità delle persone. Tale dignità dev’essere di continuo posta a confronto con il diritto all’informazione. Anche il pubblico ha diritto al rispetto della propria dignità, e non solo le persone oggetto dell’informazione”.

Ma il giornalista non deve attenersi solo al codice professionale, ma anche quello penale, dato che la diffusione del filmato in questione, è reato. Infatti il video è materiale processuale e come tale, non doveva essere divulgato ai quattro venti.

Non credo nemmeno al dibattito redazionale molto intenso e contrastante. Conosco le dinamiche redazionali e sono sicura che la discussione non è stata guidata dall’etica ma dall’emulazione. Non si sono chiesti se fosse lecito pubblicare il documento, ponderando il diritto all’informazione al rispetto della dignità delle vittime e dei famigliari. No, la loro domanda è stata: “Tutti stanno pubblicano, perché non farlo anche noi?”. E così si è scelto di seguire la massa per timore di restare indietro e perdere qualche visualizzazione, non per spirito divulgativo. 

In un mondo di piranha e sciacalli

Ma tutte queste osservazioni alla maggioranza degli addetti ai lavori non interessano. L’importante è pubblicare tutto, pubblicare in fretta, strappare il dettaglio alla concorrenza, far presa sul sentimento – spesso pura indignazione e rabbia – della gente per poter vendere di più, guadagnar qualche “mi piace” in più. 

Questo è un giornalismo che non ragiona. È un giornalismo sciacallo, che non si pone domande sul proprio operato, che insegue la notizia e la sbrana con opportunismo, per darla poi al pubblico, un grosso banco di piranha, pronto a spolparla fino alle ossa.  

È un giornalismo che vive di realtà alternative, che si crede Dio e si sostituisce ai tribunali. Ma così non va. Così non funziona. Questo non è giornalismo. 

Facciamo tutti un passo indietro

Quando accadde il fatto, il giorno dopo scrissi, in merito alle vittime che “delle loro vite non voglio scavare o andare oltre. Non è giusto, meglio restare un passo indietro. Non salire sulla giostra della morbosità giornalista, come non salire su quella maledetta funivia per ricercare il dettaglio macabro, o cercare di descrivere gli ultimi istanti di queste persone.” (l’intero articolo qui)

Scelgo ancora di restare un passo indietro, ma chiedo ora a voi, cari colleghi e care colleghe, di pensare a questo: l’unico sopravvissuto della tragedia, Eitan è ancora piccolo. Di lui in queste settimane avete tanto parlato e scritto. 

Avete riportato le sue prime parole ai dottori quando è stato ricoverato, avete comunicato la sua entrata e uscita dal coma, avete scritto di quando ha iniziato a mangiare cibi solidi, di quando ha incontrato sua zia e di quando è uscito dall’ospedale. 

Avete avuto anche il coraggio di pubblicare una sua foto, girato di schiena con una mano a toccarsi il petto, mentre era su quella funivia che, da lì a pochi minuti, in un colpo solo,  gli avrebbe portato via mamma, papà, fratellino e bisnonni.

Eitan, come dicevo, oggi è un bambino, ma un giorno crescerà, diventerà grande e, con una semplice ricerca sul web, oltre alla vostra morbosa attenzione, che più si avvicina a quella provata da un maniaco per la sua vittima che a un servizio giornalistico, troverà gli ultimi istanti di vita della sua famiglia, attimi che potevano essere anche i suoi. 

E forse, stavolta sarà lui a farvi delle domande e a chiedervi: “Perché?”

E a quel punto, cosa gli risponderete?

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