L’ultimo liberatore di Auschwitz

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È morto in Germania, alla bella età di 98 anni, David Dushman, l’ultimo dei soldati dell’Armata Rossa che liberarono il campo di sterminio nazista di Auschwitz. Col suo carro armato si scagliò contro la recinzione elettrica, abbattendola in un punto non particolarmente distante dal famigerato cancello sovrastato dalla scritta “Arbeit macht frei”, che ancora oggi rappresenta il simbolo della vigliacca menzogna racchiusa nella beffa finale.

Dushman, ebreo veterano dell’Armata Rossa, aveva all’epoca 21 anni, quando diede forza estrema a un gesto di liberatoria rivalsa, certo infinitesimale e inadeguato a confronto degli infiniti nugoli di corpi transitati  per un camino, a oscurare un cielo che era un sudario di vorticoso pulviscolo. 

Era il 27 gennaio 1945 e il suo gigante cingolato T-34 irruppe nelle viscere di un inferno “di cui non sapevamo quasi nulla” , come ebbe a dichiarare nel 2015, nel corso di una intervista rilasciata al quotidiano Sueddeutsche.

Sempre in quella dolorosa conversazione, David, già carrista nella battaglia di Stalingrado, descrisse l’orrore di “Montagne di cadaveri, persone mezze morte di stenti, una sofferenza senza fine” sottolineando l’atroce stupore provato nella fase della perlustrazione nelle casematte dalle quali sciamavano fantasmi camuffati da scheletri “Barcollavano e intuivi nelle loro orbite solo assenza, stentavano qualche passo per poi sedersi sugli ammassi dei morti scarnificati e mezzi putrefatti. Abbiamo dato loro tutto il nostro cibo in scatola, che era come una goccia nel mare della fame e subito dopo abbiamo continuato a dare la caccia ai nazisti”

Dushman, gravemente ferito in guerra, ritrovò nella vita civile la strada degli impegni che mitigano certi indelebili ricordi, diventando un rinomato allenatore di scherma.

Apprezzato e severo preparatore della squadra olimpica femminile sovietica dal 1952 al 1988, raccolse con le sue atlete un cospicuo bottino di medaglie.

Alle Olimpiadi estive di Monaco del 1972 accarezzò il gelido respiro della morte, quando 11 atleti e allenatori israeliani furono uccisi da terroristi palestinesi di Settembre nero.

Lui dormiva, forse sognando un mondo diverso strambamente fatto di tregue, negli alloggi che sorgevano di fronte a quelli della delegazione falcidiata.

Una vita, la sua,  assolutamente dominata dalla insurrezione del pericolo e dal fermento dell’equilibrismo della sorte , sempre in bilico e senza rete di protezione.

Negli anni della vecchiaia, trascorsa a Monaco con la costante applicazione nella recitazione ricreativa non priva di piacevoli e motivanti gratificazioni, David ripercorse certamente anche i labirinti degli incubi vissuti e non immaginati. Della sua unità di carristi, composta da 12’000 soldati, solo 69  furono quelli che riuscirono a portare a casa la pelle e lui fu uno di loro, scampato dai mille tentacoli di una guerra bestiale che dopo averlo ferito gravemente, donandogli l’asportazione  di un polmone, decise di non esentarlo comunque dal puntiglioso dovere del ricordo. 

Ora il liberatore di Auschwitz se ne è andato, lasciando una manciata di medaglie al merito, non certo orpelli inutili da dimenticare per sempre in una scatola di latta, e la indelebile immagine di un’odiosa recinzione di filo spinato sradicata, brano dopo brano, sotto il serbatoio del suo carro armato.

” I prigionieri stavano in piedi non saprei come e ci fissavano. Indossavano uniformi carcerarie a strisce ed erano denutriti al punto che sarebbe bastata una striscia sola. E’ stato terribile”

Circa 7000 persone vagavano ancora nel campo di Auschwitz quando giunsero i sovietici: una nidiata di sopravvissuti fra il milione e oltre di compagni di prigionia, scientificamente smaltiti dalla teutonica efficienza dei forni crematori, così sovraccarichi e così meritori.

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