Michael Connelly racconta la morte…per mestiere

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Con Michael Connelly si va sul sicuro: una nuova avventura che rispecchia il canone del genere thriller ma che meraviglia per le novità di una realtà non così lontana.

Nei conversari librari vengono spesso citati come esempi negativi. Ogni tanto anche dileggiati e/o derisi. Sono i “bestselleristi”, gli autori che vendono a prescindere. Basta il nome. Se poi sono stranieri e firmatari di gialli o thriller, meglio o peggio ancora: il tiro al bersaglio si fa irrefrenabile. Eppure loro continuano a farsi leggere, e apprezzare, da un numero crescente di appassionati. Ci sarà pure un perchè …, o no?.

A parere di chi scrive i motivi di questo lungo successo sono almeno tre. Il primo è nella scrittura: mai complicata e mai banale. Semplice (ed è una qualità) e incline al linguaggio cinematografico (in certe pagine sembra di leggere un copione!), se non al pubblicitario. Cioè accattivante. Il secondo sta nel ritmo, nel respiro del romanzo. Difficile staccare gli occhi da una storia che sa avvincere e stupire. Tecnicamente si chiama “page turner”: quando per il fruitore il girare la pagina diventa urgente. Poi, e dal nostro punto di vista è l’aspetto più importante, c’è l’argomento. Attuale, moderno, per i lettori di lingua italiana addirittura inedito, o perlomeno affrontato in un contesto e dinamica del tutto nuovi. Come la narrativa di genere a stelle e strisce sa fare.

Se con Deawer, ne «Il gioco del mai» del 2019, ci si era addentrati nei rischi e pericoli dei videogiochi, nel loro risvolto oscuro e politico (quanti milioni di voti in ballo) (leggi qui sotto)

con “La morte è il mio mestiere”, recente romanzo di Michael Connelly (il celebrato autore de “Il poeta”), eccoci catapultati in un altro universo delicato: il DNA. 

Il lettore penserà subito a qualche caso risolto grazie all’aiuto di questa tecnica di ingegneria genetica: in fondo basta un capello o un goccio di sudore e l’identità viene precisata, e il cattivo “preso”. Situazioni viste più volte in film e serie televisive. Con Connelly le cose vanno diversamente. Il Dna diventa oggetto commerciale, dunque soggetto alle leggi di mercato (quello selvaggio di oggi poi … ), e arma letale in mano ai “cattivi”. A districare il caso un eroe dai lettori già conosciuto: il giornalista indipendente Jack McEvoy, ora collaboratore di una scalchignata rivista online che vive di donazioni, oltre che di inchieste forse vendibili alle testate nazionali (anche questo aspetto merita una considerazione in quanto fornisce una luce aggiornata sul mestiere di redattore: un’immagine di giornalismo povero e puro, dedito alle inchieste…).

La bravura di Connelly è quella del servirsi di dati reali (il dna, il suo commercio non regolarizzato, ma anche le redazioni del terzo millennio) per imbastirci una narrazione fulminante. Con lui si vive il brivido dell’azione imparando. E alla fine della 360ma pagina si resta inquieti non per “il caso”, per la “malvagità” del cattivo, ma per il tipo di mondo in cui è avvenuta la storia. Interessante, come al solito, come sempre.

“La morte è il mio mestiere”, 2020, di Michael Connelly, tr. Alfredo Colitto, ed. Piemme, 2021, pag.361, Euro: 19,90.

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