Morte al lido: quando l’acqua è nemica

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Un altro affogato nel nostro Ticino. Un Ticino meraviglioso di acque fresche e amichevoli. Acque che però non perdonano a volte, facendoci ciclicamente confrontare con la morte per acqua, che conosciamo fin troppo bene.

Molti di noi sono gente di lago o di fiume. La nostra è una terra ricca d’acqua, dove specchi liquidi riflettono il cielo e le montagne e dove noi abbiamo dimestichezza con questo elemento.

Io, cresciuto vicino al Verbano e alla Maggia, ho imparato a nuotare che andavo ancora all’asilo.

Insieme al confronto giocoso, mio padre mi ricordava sempre quanto anche l’acqua, come la montagna, potesse essere insidiosa e pericolosa. 

La morte di un uomo di 35 anni di origine etiope al lido di Lugano, mi ricorda amaramente due cose: che nella nostra terra il conto degli affogati è doloroso da sempre, anche se negli anni si è fatto tanto per rimediare, e quanto siano troppo spesso gli stranieri o i turisti a soccombere alla morte liquida.

Troppe persone ammassate nella piscine, troppi schiamazzi, si può morire senza che nessuno se ne accorga, senza che i bagnini possano rendersi conto di nulla finché non è troppo tardi. 

Ogni morto di acqua fa una grande pena. Perché pur essendo l’acqua incubatrice di vita, c’è un’immensa e scorante solitudine in un corpo che langue sul fondo di un lago o di una piscina. Anzi, l’immagine di un corpo che contrasta con le piastrelline azzurre di un lido pubblico è quasi assurda e insopportabile. I morti sono tutti uguali, eppure non riesci a non pensare alla crudele ironia di persone che fuggono dalla loro terra, affrontano viaggi travagliati e pericoli di ogni tipo e arrivano da noi per trovare la morte in una piscina o nel lago (leggi qui sotto).

Sono storia di tragedia, di dolore. Disagio. Chi muore per disattenzione o sfortuna, e chi invece decide scientemente di scivolare nell’abbraccio liquido e pietoso, che mette magari fine al mal di vivere. Una cosa che probabilmente non sapremo mai, come nel caso del giovane Boris, rapito anche lui dal Ceresio un paio di anni fa. Una storia che a molti di noi aveva davvero fatto tanto male. Ho pensato seriamente se era il caso di rievocare la sua storia, soprattutto per il dolore che aveva creato. Ma da tempo ho deciso che  è giusto ritornare sulle storie di queste persone, perché contengono delle cose che a noi servono disperatamente, il ricordo e la consapevolezza di poter essere migliori quando pensiamo a loro. Perché ogni volta che riusciamo a commuoverci di nuovo, qualche scintilla di bellezza ci viene di nuovo regalata (leggi qui sotto).

Ripensandoci, mi rendo conto che quelle di chi perde la vita in acqua sono storie che seguo negli anni, perché chi annega è come se avesse uno statuto speciale, di sospensione. La morte per acqua ha qualcosa di tragico ma anche magico, di quella magia che ti porta via i pensieri e li lascia colare come miele nella mente, dove forma una pozza di sedimenti dolci e amarognoli al contempo.

La sensazione tutta mia, e che non so se posso condividere, è che la morte per acqua sia qualcosa di più gentile di tante altre, perché l’acqua dopo averti ucciso ti culla, non usa violenza, non smembra, non colpisce, accarezza e osserva.

L’acqua per noi, meno probabilmente per il povero etiope, è parte integrante della vita, del paesaggio, dell’esistere. I paesaggi aridi ci affascinano magari, m anche risultano vagamente incomprensibili, quasi dei miraggi.

A me piace ricordare l’acqua dei miei fiumi di valle, dei laghi, dei ruscelli di montagna. Dispensatrice di vita, canterina e gorgogliante, oppure placida e sorniona, che ti regala frescura dall’afa o che ti sferza nelle giornate invernali, quando osi immergerti per ricordarti che sei vivo.

Eccola lì, l’acqua vita e morte, amica e insidiosa traditrice. 

Poesia e sepolcro per molti. 

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