Quel nome che imbavaglia la stampa

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Chi? Cosa? Quando? Dove? Perché? Sono questi i punti a cui il cronista deve rispondere, secondo la regola anglosassone, all’inizio di ogni articolo. Ma cosa succede quando, alla prima domanda, ovvero “chi?” non si può render conto per legge? Lo ha spiegato l’Associazione Ticinese dei Giornalisti in un rapporto presentato giovedì scorso a Lugano.

“Fare o non fare il nome, questo il dilemma”, direbbe qualcuno, riproponendo in chiave moderna – e giornalistica – la celebre frase Shakespeariana. Eppure, questo dilemma, che per molti potrebbe sembrare solo di contorno, sta seriamente mettendo i bastoni fra le ruote a tutta una categoria di professionisti in Ticino, come nel resto della Svizzera. 

È capitato più volte anche qui, su Gas, che i lettori ci domandassero – delle volte anche con un velato tono accusatorio – come mai non rendessimo nota l’identità della vittima oppure dell’autore di un reato commesso nel nostro Cantone. 

Il perché sta tutto in un articolo, il 74, contenuto nel Codice di procedura penale (il Cpp, nome abbreviato di Codice di diritto processuale penale unificato). La norma in questione serve a disciplinare il diritto di cronaca e d’informazione al pubblico, a cui tutti i giornalisti devono sottostare, se non vogliono essere denunciati. E, entrando più nello specifico, nel capoverso 4 si legge: 

“Qualora sia coinvolta una vittima, le autorità e i privati possono, al di fuori di una procedura giudiziaria pubblica, divulgarne l’identità o informazioni che ne consentono l’identificazione soltanto se la collaborazione della popolazione è necessaria per far luce sui crimini o per la ricerca di indiziati, oppure la vittima o, se deceduta, i suoi congiunti vi acconsentano”.

Questo mette di fatto un bavaglio al cronista, che si vede impossibilitato a divulgare la stragrande maggioranza dei resoconti riguardanti casi di cronaca, sia essa nera che giudiziaria, avvenuti in Ticino. 

Giornalismo ticinese: fra social media, realtà territoriale e popolo dei forconi

Ma, oltre al danno, c’è anche la beffa per il giornalista nostrano. Perché oltre alla carta stampata, alla tivù e alla radio, oggi ci si informa anche suoi social, che sono una giungla senza regole, dove le informazioni – in questo caso specifico nome e cognome – vengono fatti, girano nella rete, diventano virali e di dominio pubblico. 

È il caso, per esempio, dell’ex funzionario del Dss. Nonostante più volte è stato ribadito che la volontà di non rendere nota l’identità del processato è stata chiesta dalle vittime, per tutelare loro stesse ma anche la figlia minorenne di quest’ultimo, c’è gente che continua citarlo. Oppure ancora l’incidente stradale avvenuto un anno fa a Gnosca, dove persero la vita un 43enne e il figlio di tredici mesi. La mamma del piccolo si fece avanti su Facebook dicendo “sì sono io la madre di…”. 

Per non parlare poi della vicinanza del nostro Cantone all’Italia, dove sono molto più libertini per quanto concerne la divulgazione dei dati personali. 

Parlando sempre per esempi, abbiamo il delitto di Stabio, il cui scenario fu a cavallo fra la frontiera italo-svizzera. All’inizio, oltre confine venne da subito fatto il nome della maestra, mentre qui in Ticino si dovette aspettare qualche giorno, il tempo di avere il consenso della famiglia della vittima. Restando sulla cronaca recente, ha fatto molto discutere la scelta del Corriere della Sera che, riguardo alla tragedia del Mottarone, aveva pubblicato nome, cognome, data di nascita e addirittura gli indirizzi completi delle vittime. Una decisone incomprensibile, una mancanza di tatto e di rispetto della privacy, sottolineata a gran voce dai lettori. 

E poi, per finire, c’è anche il giudizio del pubblico, che sempre più spesso si trova disorientato, non capisce  più perché fare o non fare il nome e questo stato di confusione porta all’astio verso il giornalista; poco professionale se rende pubblica l’identità, omertoso se non lo fa.

Emblematico il caso Chiappini. A svelare per primi il nome furono LaRegione e il Corriere del Ticino, mentre la RSI, decise di non renderlo pubblico. I colleghi della televisore ricevettero diversi insulti e vennero tacciati di essere poco cristallini, mentre i cronisti della carta stampata applauditi. 

Le indagini portarono a un decreto di abbandono per il prete. Nessun reato per lui, però intanto il suo nome venne sbattuto in prima pagina. La situazione si capovolse: la RSI elogiata, il Corriere e LaRegione accusati di essere degli avvoltoi. 

Morale della favola? I media vennero sommersi di fango e cattiveria, mentre il popolo dei forcaoioli poté alzare le forche e cibarsi della loro indignazione quotidiana. 

Un rapporto per cercare di cambiare le cose

Come già annunciato in apertura, l’Associazione Ticinese dei Giornalisti (Atg) ha presentato uno studio riguardante la situazione vissuta nel nostro Cantone. Il rapporto in questione si intitola ‘Citazione dei nomi in cronaca – Libertà di stampa e doveri dei giornalisti’, promosso dalla stessa Atg e redatto dall’Istituto di media e giornalismo (Imeg) e dell’Osservatorio europeo di giornalismo (Ejo) dell’Università della Svizzera italiana. 

Fra gli autori del testo Enrico Morresi, ex presidente della Fondazione del Consiglio svizzero della stampa, e Philip Di Salvo, dell’Imeg, e i giornalisti Andrea Manna, vicedirettore de laRegione e John Robbiani, responsabile della cronaca giudiziaria del Corriere del Ticino. 

Durante la conferenza stampa, i vari professionisti, hanno espresso i propri giudizi riguardo alla legge attualmente in vigore. 

“La Svizzera è l’unica nazione ad avere leggi così restrittive, questo perché tende a prendere esempio dai paesi scandinavi, o dai nostri vicini di lingua tedesca. Negli Stati Uniti o nel Regno Unito la libertà di stampa non è messa in discussione in nessun modo. La mozione di Fabio Abate, ex consigliere agli Stati, bocciata a marzo dello scorso anno, aveva colto nel segno chiedendo di allentare la legge e di tenere conto dell’avvento dei social. Informare il pubblico è il nostro dovere come giornalisti.”, afferma Morresi. 

Gli fa eco Manna: “Aprire un dibattito pubblico e cercare un cambiamento in questo senso è indispensabile. Soprattutto in un’era in cui i social network hanno campo libero”.

Riguardo all’esigenza di avere regole chiare si è soffermato Robbiani:“Noi giornalisti non siamo dei giuristi, e le nostre testate non possono fare capo ad avvocati in qualsiasi momento. Anzi, paradossalmente, nemmeno fra loro vi è una uniformità di pensiero. Se chiediamo un parere a due legali per la stessa questione si ottengono risposte diverse, anche contraddittorie. Si dice per esempio che il nome dell’accusato può essere fatto al termine di un processo, ma qualche processo? Di primo, secondo oppure d’appello?”

Bella domanda. Di solito la regola -anglosassone- vorrebbe che per ogni W (appunto Chi? Cosa? Quando? Dove? Perché?) venisse data una risposta. Una regola che ad oggi però, alla legge elvetica, non piace tanto e che, invece dei punti fermi, preferisce quelli di sospensione.

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