Saman Abbas: una, nessuna e centomila

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Saman Abbas ha diciott’anni, è pakistana e vive a Novellara, nel Reggiano. Da oltre un mese la ragazza non si trova più. Saman è, o forse era, perché ad oggi, sono cinque gli indagati per il suo omicidio e fra questi, la famiglia. Il perché? L’aver rifiutato il matrimonio combinato. 

Saman, dagli occhi neri, pacifici e le tasche piene di sogni. Saman, cresciuta a cavallo fra due mondi: il Pakistan, suo paese d’origine e l’Italia, quello che l’ha accolta quando aveva dodici anni. Saman, che ora il velo non lo indossa più, ad esso ha preferito le sneakers e i jeans strappati. Saman, appena maggiorenne e già spartiacque fra due modi di vivere: uno più tradizionale, rigido, patriarcale; l’altro più progressista, aperto, libero. 

Saman, che alla fine è una ragazza come tante, alla ricerca di se stessa, di un’identità, di un posto nella società.

Saman Abbas: una

Di lei non si hanno più notizie dalla sera del primo maggio, giorno della scomparsa. Saman vuole essere come i suoi amici e, esattamente come tutti i suoi coetanei, vuole studiare. È molto portata, riesce ad imparare in fretta l’italiano e a passare gli esami di terza media. Eppure, scavando a fondo nella vita della giovane, si viene a sapere che, finite le scuole medie, la famiglia le ha impedito di continuare il suo percorso formativo. 

È costretta a passare le sue giornate chiusa in casa, insieme alla madre. Poi, i genitori si spingono oltre e fanno combinare per lei un matrimonio con un cugino che vive in Pakistan.

Ma Saman non ci sta. Ha il coraggio di dire “no”. Chiama i servizi sociali e si fa portare via da quella prigione. Si trasferisce in una comunità protetta. L’11 aprile torna però a casa, per riprendersi la carta d’identità, forse per andare all’estero, accompagnata dal ragazzo che amava.

Spunta un video, girato nella notte del 29 aprile dalle telecamere di sorveglianza, dove si vede lo zio uscire dall’abitazione insieme ad altri due uomini. Hanno un sacco azzurro con loro, delle pale e un piede di porco. La direzione presa da questi porta al campo da parte casa in cui lavorano i famigliari della giovane. 

Un ulteriore filmato, datato 30 aprile, mostra invece Saman uscire di casa coi genitori, anche loro verso lo stesso luogo in cui il giorno prima è andato lo zio. Passano dieci minuti, il padre e la madre rientrano, ma all’appello manca proprio Saman. Il giorno dopo, i genitori prendono un aereo e tornano in patria. Mentre lo zio e gli altri complici tentano di scappare in Spagna, salvo poi essere fermati dalla polizia in Francia.

Gli inquirenti, davanti a queste prove, formulano un’ipotesi che fa accapponare la pelle: lo zio, il 29 aprile, si sarebbe occupato di scavare una fossa dentro cui, il 30 aprile, avrebbe nascosto il corpo di Saman, consegnata ancora viva dai genitori, per poi farla uccidere dal parente. A confermare la ricostruzione il fratello più piccolo della ragazza, e un macabro video, girato e poi postato sui social dal padre (che lo toglierà, un paio di giorni dopo), dove lo si vede a un rito funebre in Pakistan, dove però manca la salma del defunto. Che si tratti del funerale di Saman?

Saman Abbas: nessuna

C’è qualcosa di particolare in questa storia che colpisce: la tempistica, o meglio, la scarsa copertura mediatica. Saman è scomparsa da un mese, eppure di lei si è iniziato a parlare solo adesso, ora che vengono a galla i dettagli più inquietanti. Ora, che si può giocare allo scontro fra civiltà, adesso che si può allestire il dibattito facile (quanto inutile, dato che non porta a nulla) sull’Islam, che piace tanto a una certa destra, e che invece spaventa tanto una certa sinistra, preoccupata a criticare e a non irritare troppo un possibile elettorato arabo/musulmano.

Paradossalmente, il presunto femminicidio di Saman è ciò che le ha permesso di “esistere” agli occhi dei giornali e dell’opinione pubblica. 

Perché prima Saman era questo: nessuno. Non esisteva. Era invisibile. Nascosta dietro quel velo che per lei (sottolineo, per lei, non per tutte le donne islamiche) era opprimente, fra le quattro mura di casa, era invisibile. 

E se già tutto questo non bastasse, Saman aveva, e ha tuttora, l’aggravante di essere una straniera: una giovane donna non bianca, musulmana e povera.  

Tanto straniera, non bianca, musulmana e povera da non avere nemmeno il diritto di chiamare ciò che ha subito col proprio nome: femminicidio. 

Saman Abbas: centomila

Saman non è la prima vittima, e non sarà di certo l’ultima, di quel pensiero patriarcale, supportato anche da credi religiosi, scarsa istruzione e contesti sociali scadenti, che vede la donna come un oggetto. 

Saman è una, ma la sua storia è simile a quella di tantissime altre ragazze. Donne “indigene” ma anche di origine straniera che, proprio per il fatto di non essere natie e giunte in un contesto non proprio, faticano ad autodeterminarsi. Spesso arrivano con figli piccoli che necessitano cure, e quindi restano a casa, non trovano lavoro, stanno solo col proprio gruppo etnico o familiare, faticano ad imparare la lingua e così, in questo circolo vizioso, a poco a poco, scompaiono dai radar, esattamente come i segni delle loro violenze.

A queste donne viene tolta la loro identità, la possibilità di essere felici, se stesse e libere. 

Saman Abbas, nel suo essere una, nessuna e centomila la libertà se l’era conquistata. 

Anche se per poco. 

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