Seid, Moussa e chi non riesce più a vivere

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Sul suicidio di un giovane calciatore di colore si sono fatte delle ipotesi: l’ombra del razzismo, oppure solo lo spettro di una malattia che può colpirci tutti, con grande equità e indifferenza?

“Sono stato adottato da piccolo. 

Ricordo che tutti mi amavano. Ovunque fossi, ovunque andassi, tutti si rivolgevano a me con gioia, rispetto e curiosità. Adesso sembra che si sia capovolto tutto. Ovunque io vada, ovunque io sia, sento sulle mie spalle come un macigno il peso degli sguardi scettici, prevenuti, schifati e impauriti delle persone

Ero riuscito a trovare un lavoro che ho dovuto lasciare perché troppe persone, specie anziane, si rifiutavano di farsi servire da me e, come se non mi sentissi già a disagio, mi additavano anche come responsabile perché molti giovani italiani non trovassero lavoro. Dentro di me è cambiato qualcosa. Come se mi vergognassi di essere nero, come se avessi paura di essere scambiato per un immigrato, come se dovessi dimostrare alle persone, che non mi conoscevano, che ero come loro, che ero italiano, bianco. 

Non voglio elemosinare commiserazione o pena, ma solo ricordare a me stesso che il disagio e la sofferenza che sto vivendo io sono una goccia d’acqua in confronto all’oceano di sofferenza che sta vivendo chi preferisce morire anziché condurre un’esistenza nella miseria e nell’inferno. Quelle persone che rischiano la vita, e tanti l’hanno già persa, solo per annusare, per assaggiare il sapore di quella che noi chiamiamo semplicemente vita”

Seid Visin era un ragazzo di vent’anni, originario dell’Etiopia. Seid veniva dalla terra del leone di Giuda, una terra di cui avrebbe dovuto essere orgoglioso. Una terra di guerrieri feroci, dalle grandi scimitarre e dagli scudi in pelle di ippopotamo. Una terra che aveva sempre scacciato il giogo della colonizzazione.

Una terra però povera e avara, che vede spesso i suoi figli partire per trovare un minimo di benessere. Per Seid non ha alcuna importanza ormai, visto che si è tolto la vita. Seid era una promessa del pallone italiano, di quell’Italia che in fondo è come tutta l’Europa: generosa a parole e poi in fondo indifferente e razzista.

I genitori dicono che Seid non si è ucciso per quello. Può darsi, il male di vivere è una malattia terribilmente trasversale ed equa. Colpisce bianchi e neri, maschi e femmine. Eppure, essere neri in questa Europa, è un atto di coraggio. Lo è per tutti questi ragazzi e queste ragazze. Lo è perché è vero che c’è tanto amore nelle zone franche, protette dalla famiglia e dagli amici, come c’è invece il morbo dell’indifferenza e dell’astio, quando ne esci. E soprattutto, questo morbo colpisce molto più facilmente nel momento della solitudine e dell’abbandono (leggi qui sotto).

Colpisce più facilmente chi ha quello stigma della pelle, che lo rende così riconoscibile suo malgrado, che gli impedisce di nascondersi quando la mente comincia a cedere.

Il padre Walter ha dichiarato: 

“Mio figlio non si è ammazzato perché vittima di razzismo. È sempre stato amato e benvoluto, stamane la chiesa per i suoi funerali era gremita di giovani e famiglie. La lettera fu uno sfogo, era esasperato dal clima che si respirava in Italia. Ma nessun legame con il suo suicidio, basta speculazioni. Non voglio parlare delle questioni personali di mio figlio. Dico solo che era un uomo meraviglioso”.

A noi questo rimane. Parlare bene dello scomparso e tenerci dentro la ferita immorale e perpetua della morte che non abbiamo saputo prevedere. Ma non si può sempre prevedere e non si può lenire tutti i mali del mondo. Possiamo fare del nostro meglio, sia nei confronti di chi ha un colore diverso, sia per chi ha un’anima ferita. In entrambi i casi dobbiamo fare tutto il possibile per capire, per immedesimarci, per avere la giusta attenzione. E se vincerà l’oscurità, avremo fatto quello che era in nostro potere per non lasciar scivolare un altro uomo meraviglioso tra buie fauci di quel male nero e divoratore, che è più infido e subdolo di quanto immaginiamo.

A Seid, a Moussa e a tutti coloro che hanno ceduto perché non trovavano più appigli per esistere, dobbiamo la nostra attenzione e la nostra gentilezza.

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