The talk: Russia-Usa come Italia-Svizzera

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Le relazioni tra USA e Russia sono un po’ come l’appendice di tua nonna. Se ne senti parlare, è perché qualcosa è andato terribilmente storto.

Tuttavia, un incontro come quello che si sta svolgendo nella vicina Ginevra non può che essere percepito come un segnale di distensione tra le due nazioni. Peccato si svolga in un momento in cui le relazioni tra i due paesi sono al loro peggio dal finire della guerra fredda.

Le diatribe tra i due paesi si sono moltiplicate negli ultimi anni: dalla crisi nel Donbass allo scontro “per procura” in Siria, per non parlare delle voci secondo cui un esercito di hacker russi avrebbe causato la sconfitta elettorale di Hilary Clinton. Più recentemente, Joe Biden ha minacciato sanzioni nel caso venisse completato il gasdotto NordStream tra Germania e Russia – cosa che sorprendentemente né a Berlino né a Mosca è stata percepita come gesto amichevole. 

Inoltre, questo marzo, Biden ha fatto grande sfoggio di sensibilità e acume mentale chiamando Putin “un assassino”, cosa che ha spinto il Cremlino a richiamare i suoi ambasciatori a Washington. Insomma, peggio di così sono solo i rapporti tra Ticino e Italia dopo la partita di ieri. 

Entrambi i presidenti hanno espresso voglia di muoversi verso “relazioni più stabili e prevedibili”, ma le parole dei loro stessi ufficiali ci costringono a ridimensionare le nostre aspettative. Un ufficiale statunitense rimasto anonimo ha dichiarato a Reuters “Non ci aspettiamo molti risultati da questo incontro”. Dall’altra parte, il consigliere agli affari esteri di Putin Yuri Ushakov gli fa eco: “Non penso verrà raggiunto alcun accordo”.

Dimitri Trenin, direttore del think thank Carnegie Moscow Link, ha però aspettative ancora più basse. “Il miglior possibile risultato del meeting di Ginevra è che i due non si prendano fisicamente a pugni, in modo da scongiurare un confronto militare”.

Vi sono poche vere informazioni su cosa verrà effettivamente discusso. Si tenterà di fare progressi nell’ambito del disarmo nucleare, all’interno del trattato START esteso per altri cinque anni questo febbraio. Inoltre, lo stesso ufficiale statunitense intervistato da Reuters ha riferito che Biden è intenzionato a delineare delle aree di “interesse nazionale vitale” in cui non sarà tollerato il coinvolgimento bellico o politico russo. Cosa che un paese fiero quanto la Russia difficilmente accetterà senza riserve. 

Un altro fattore che va considerato è il clima geopolitico odierno. Biden, dopo la sua elezione, si è lanciato in una campagna per “riparare” i disastri diplomatici causati da Trump. I risultati, per ora, sono stati scarsi. I tentativi di coinvolgere varie nazioni asiatiche nella crociata contro la Cina sono largamente falliti, e il fare “prepotente” esposto durante l’affare NordStream (discusso sopra) hanno spinto diversi alleati europei a farsi qualche domanda. Biden ha bisogno di una vittoria diplomatica, e sembra essere disperato al punto di provare a ottenerne una con la Russia. Ma oltre alle già pessime relazioni tra i due, vanno fatti i conti con il terzo incomodo cinese. Le due potenze eurasiatiche hanno intensificato di molto i loro rapporti negli ultimissimi anni, e recentemente passano il tempo a scambiarsi auguri, complimenti e tecnologia. Lo scorso maggio, il ministro degli esteri russo Sergey Lavrov ha definito la relazione tra Russia e Cina come “unica, caratterizzata da una partnership completa e profonda cooperazione strategica”. 

Pensare che Putin e Xi Jinping si stiano avvicinando in ottica puramente antistatunitense sarebbe semplicistico, ma non per questo errato. Entrambe le nazioni stanno cercando di costruire un mondo multipolare, e il principale ostacolo rimane l’egemonia USA. Biden dovrà senza dubbio farsi venire in mente qualcosa di grosso per convincere Putin ad abbandonare un alleato più potente, più affine in termini di pensiero geopolitico e decisamente più in forma. 

Questo meeting potrà essere ricordato come un punto di svolta verso la pace, o come uno dei tanti negoziati falliti sulla via del conflitto. E nel mio ben noto pessimismo, mi permetto di far notare come le condizioni di partenza non offrano molta sicurezza. 

Ci stiamo avvicinando a una nuova guerra fredda, che per molti versi è già iniziata. 

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