Una nazionale che ci insegna a vivere

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La Svizzera ha vinto. Ha vinto con i “troppi neri in nazionale”, ha vinto con gli “ić”, ha vinto perché multietnica, feroce, piena di vita. Ha vinto perché ha saputo mantenere salda la psiche, non ha ceduto alla paura, ha lavorato di concerto come un’orchestra sinfonica.

Ha vinto alla faccia di chi, “capoccioni” leghisti in primis, hanno sempre visto con livore e astio le componenti non “patrizie” della nostra nazionale. Niente di nuovo. Negli Stati Uniti multietnici e figli degli esodi, soprattutto europei, gli immigrati nuovi venivano visti come fumo negli occhi. Salvo poi dare il sangue per costruire la nazione. Davano il sangue sui cantieri, nelle fabbriche, nelle guerre. Come gli immigrati che venivano arruolati appena scesi dalla nave per la guerra civile o per quelle indiane.

L’unico superstite della battaglia del Little Big Horn, in cui Sioux e Cheyenne distrussero il settimo cavalleria di Custer, fu un immigrato italiano, il trombettiere e caporale Martini.

Queste genti avide di rivalsa, disposte a faticare e a morire, neglette e disprezzate, sono oggi parte di una società che ha fagocitato mille nazionalità. 

È un processo fisiologico, naturale. Andare contro è, non solo stupido e inutile, ma anche un dispendio di energie che non aiuta nessuno. Il livore di Quadri, ad esempio, che ancora a metà giugno faceva notare la multietnicità della nostra compagina, sa di un’ostinazione che rasenta veramente una povertà di pensiero ciclopica.

C’è chi dice che gli “stranieri” sono affamati di calcio. Vero, sono affamati di vita, colgono le opportunità, si attaccano con le unghie e coi denti alla fortuna. Sgobbano, lavorano, si massacrano per arrivare. Cosa che un Quadri non ha mai fatto né mai farà nella sua vita. Lui, che ha il culo su due poltrone pagato dai contribuenti e che deve la sua fortuna a quattro berciate ripetute alla nausea. Fanfaluche buone per quelli che ancora credono che votandolo cambi qualcosa o che lui difenda in qualche modo la “purezza” di una razza che non esiste.

La nostra nazionale superba, bellissima, vittoriosa, ci insegna che non bisogna mai gettare la spugna e che, come il caporale Martini, se corri come il vento ventre a terra col tuo cavallo, riesci a sopravvivere anche se sei un povero immigrato disprezzato senza arte né parte.

Ieri quelli che hanno giocato, gli ić, gli Embolo, potranno raccontare ai loro figli che quel giorno hanno aiutato a costruire la Svizzera, un piccolo mattoncino che ha unito cuori, menti e speranze.

Ecco perché lo sport è importante, perché crea sinapsi e correnti che nemmeno immaginiamo, perché dà segnali forti e decisi, perché ci unisce e ci fa pensare che forse solo i “noss gent” non sono così performanti come pensiamo.

Perché tutti quei giocatori, e lo credo fermamente, sono i noss gent, lo sono loro, lo sono gli slavi degli anni ’90, gli spagnoli e i portoghesi degli anni ’80, lo sono gli italiani degli anni ’50.

Un’unica grande squadra che crede nei valori buoni di questa nazione, che milita, gioisce ed esulta con la sua squadra. Perché gli italiani-svizzeri che facevano i caroselli per la vittoria contro l’Austria, ieri erano gioiosi in strada a suonare il clacson per Sommer e Zuber, Shaqiri e Akanji, per Embolo e Mbabu. Per la nostra squadra.

Una grande squadra.

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