Valenzano Rossi: il processo alle intenzioni?

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Qui c’è una discrepanza che lascia perplessi. O Karin Valenzano Rossi non ha capito quello che ha fatto, o vive in un mondo tutto suo dove demolire le case altrui è un gesto di affetto. In un’intervista de LaRegione, la Valenzano si dice “amareggiata dal processo alle intenzioni”.

Abbiamo un problema di fondo. Un processo alle intenzioni è la messa sotto accusa di una persona giudicandola non su fatti oggettivi, ma sulle intenzioni che le si attribuiscono. 

Se tu invece punti la pistola sul piede di qualcuno e schiacci il grilletto, non è un processo alle intenzioni, hai sparato al fottuto piede di quel tizio, che difficilmente te ne sarà grato. 

Leggiamo a inizio intervista:

“Adesso è importante avviare il dialogo, trovare una soluzione costruttiva invece di rimanere solo sul valore simbolico dell’edificio demolito all’ex Macello, che io stessa riconosco e della cui scomparsa mi dispiaccio. D’altronde né io né la stragrande maggioranza dei colleghi municipali neghiamo la piena legittimità di un’esperienza di autogestione”.

Perplesso. È il minimo da dire. Molto perplesso. Cioè Karin, fammi capire. Facciamo un esempio: io vengo a casa tua con una ruspa, mentre sei alla Lidl a fare la spesa (ammesso che ci vai come noi comuni mortali), ti rado al suolo la veranda, riducendoti il giardino in calcinacci fumanti.

Poi vengo da te, col sorriso e la mano tesa a dirti:

“Ciao Karin! Dai, avviamo un dialogo. Mica eri davvero affezionata a quella veranda eh? Tanto era vecchia e in alcuni punti c’era anche ruggine. In fondo ti ho fatto un piacere ad abbattertela…”

“Eh? Cosa? Ci tenevi? 

Ma dai, era solo un valore simbolico, d’altronde né io né i miei soci abbiamo mai negato la tua piena legittimità di prendere il sole in veranda.”

Surreale.

Pretendere di instaurare un dialogo con qualcuno, come avevo già scritto, dopo avergli demolito la casa è allucinante. Karin Valenzano Rossi, e il suo amichetto Borradori, evidentemente non si rendono conto di ciò che hanno fatto. Vent’anni di autogestione, di riunioni, di feste, di concerti, di mostre e di workshop organizzati, di dibattiti, di litigate, di musica insieme, di risate e di follie, di fantastiche opportunità e di tragiche rinunce, hanno forgiato coloro che partecipavano a questa esperienza. Questi “brozzoni” che ti siano simpatici o no, hanno costruito la loro capanna sull’albero, dove giocare ai pirati, dove sognare i mari del sud, dove veleggiare fino alla fine del mondo per affrontare il kraken. Poi siete arrivati voi e l’avete demolita, e quando sono arrivati sotto l’albero hanno trovato solo un mucchio di assi sbrecciate e spezzate.

Come lo so?

Lo so perché è quello che succede quando si progetta, si costruisce con gli amici, lo si fa per ideale e non per soldi, lo si fa per stare bene insieme e poi raccontarsi: “ti ricordi che figata quella volta che…?”.

Questo avete demolito Karin, non un edificio, ma anni di vita, di battaglie, di sogni. Disconoscere il valore simbolico di quei quattro muri pieni di splendidi graffiti, vuol dire non avere la minima idea di cosa si sta facendo e, soprattutto, fa risuonare ancora più patetici i richiami al dialogo, fatti sia poche ore prima che dopo la demolizione. Ti dici amareggiata, per il processo alle intenzioni. Beh, immaginati come si sentono quelli che hanno buttato vent’anni della loro vita in quest’orgia di colori, non sempre perfetta ma di certo fondamentale per loro. Alcuni hanno pianto, te lo posso dire per certo. Altri hanno ingurgitato la rabbia come una medicina amara, altri non hanno dormito guardando il soffitto e chiedendosi: “e ora?”.

Voi avete interrotto i fili di vite dedicate a un progetto. Avete violentato un sogno dopo averlo gettato a terra tra la polvere. 

E tu vieni a parlare di dialogo?

In tutto questo, c’è addirittura la presa di distanza, onestamente a sorpresa, del PLR cittadino, che trova l’agire del Municipio e della capo dicastero sicurezza “Sproporzionato e ingiustificato”. Se poi si pensa che anche il secondo Municipale PLR, Roberto Badaracco, era contrario alla demolizione e non sembra nemmeno essere stato interpellato, il problema si fa serio. 

E con grande intelligenza e spessore politico, ieri il Gran Consiglio ha rifiutato di entrare in materia per l’istituzione di un mediatore cantonale. Unici a difendere la proposta, socialisti, verdi e partiti minori. Anche qui ci sarà chi dirà che si sta facendo “il processo alle intenzioni”. Intenzioni che però sembrano chiare, si parla di dialogo da una parte e poi si fa di tutto per mettere i bastoni tra le ruote alle iniziative che potrebbero promuoverlo. 

E come per i migranti, la solfa è la stessa: sì all’autogestione, ma non a casa mia.

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