A vent’anni da Genova, ma sembra ieri

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Sono trascorsi vent’anni dalla mattanza consumatasi a Genova in nome delle istituzioni. Compiuta dalle forze dell’ordine, in occasione del G8. Vent’anni da quell’orrore, da quella violenza in uniforme che, pur avendo soffocando nel sangue la protesta, non è riuscita a cancellare le domande di allora. Urgenti vent’anni fa come oggi. Per chi come noi era spettatore allora, proprio come ora, di un progressivo e inarrestabile deterioramento dei diritti umani fondamentali. Economici, sociali e culturali.  

Quella di Genova rimane una ferita aperta. Dall’assassinio di Carlo Giuliani alle devastazioni di una città messa a ferro e fuoco, dalla caserma di Bolzaneto e della scuola Diaz, luoghi di tortura e di violenze gratuite, luoghi simbolo della vergogna di allora, fino ai sogni infranti di un’intera generazione, incredula e inerme di fronte all’uso della forza bruta e delle armi da parte di carabinieri e polizia, con la scusa di voler solo mantenere l’ordine pubblico. 

Un morto, 560 feriti, 360 fermi o arresti, 25 milioni di euro di danni, 62 manifestanti e 85 agenti appartenenti alle forze dell’ordine finiti sotto processo, ma dei quali nessuno ha mai scontato nemmeno un giorno di prigione. Questi sono i numeri che ci restituiscono, che fotografano la realtà degli scontri, della guerriglia scoppiata tra manifestanti e forze dell’ordine in occasione del summit che nel luglio del 2001 riunì a Genova i potenti della Terra. Ma non solo loro.

Da una parte il vertice tra i capi di stato delle maggiori potenze economiche del Pianeta, dall’altra la risposta del movimento no global con trecentomila persone giunte da ogni dove per rivendicare l’esistenza di un altro modello di sviluppo, alternativo a quello imperante. Così le strade della città, il 21 luglio, furono invase da una marea di persone perlopiù appartenenti ad associazioni pacifiste intenzionate a manifestare contro quel G8, ma anche in memoria di Carlo Giuliani, la cui morte era avvenuta il giorno prima.

La tensione in quelle ora era alle stelle. Gli scontri con le forze dell’ordine sarebbero durati tutta la giornata. Tra le ventidue e la mezzanotte, nelle scuole Diaz-Pertini e Pascoli, utilizzate come centro del coordinamento del Genoa Social Forum, le forze dell’ordine danno il peggio di sé. Vengono fermati 93 attivisti. 61 di loro finiscono feriti in ospedale, tre in prognosi riservata e uno in coma. I pestaggi sono documentati da immagini che faranno il giro del mondo.

La scuola Diaz verrà soprannominata la “macelleria messicana”. I ragazzi e le ragazze che dormono nella scuola verranno trasferiti nella caserma di Bolzaneto, costretti a rimanere in piedi per ore senza bere né mangiare. Senza poter contattare su di un aiuto medico. Verranno picchiati a più riprese. Le donne subiscono violenze fisiche e morali. A Bolzaneto finiscono nelle mani della polizia 307 persone di varie nazionalità. Per loro si parlerà non solo di pestaggi ma anche di tortura.

A dirlo sarà, a sedici anni di distanza, la corte europea dei diritti umani. A vent’anni dal G8 di Genova ancora ci s‘interroga sui quei fatti, sulle responsabilità e su ciò che è cambiato da allora. Apparentemente poco o nulla, se pensiamo alle recenti immagini che documentavano i pestaggi all’interno del carcere di Santa Maria Capua Vetere, nel Napoletano. Violenze che hanno riportato al centro del dibattito pubblico il tema dei diritti inviolabili delle persone in custodia, ma anche della necessità di dotarsi di strumenti che garantiscano la giustizia nei casi di utilizzo improprio della forza e delle armi da parte delle forze dell’ordine.

Un tema che è centrale, in Italia come altrove, perché qualsiasi sospensione dello stato di diritto è un colpo mortale inflitto alla democrazia. Perché di fronte alla lotta e alla contrapposizione dura e pura, dovrebbe sempre prevalere la via del dialogo. Che siano gli scontri al G8 di Genova o la demolizione dell’ex Macello di Lugano, di sicuro non è con la forza dei muscoli e il potere di una divisa che si tutelano diritti umani e libertà. La democrazia per crescere sana e robusta necessita del contributo di tutti e ha bisogno di abbeverarsi delle istanze più diverse.  

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