Cari inglesi, se mi è concesso…

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Se mi è concesso, non tanto da tifoso italiano quanto da osservatore appassionato, vorrei spendere un paio di triangolazioni e una mezza serie di rigori ciccati per sottolineare i laidi, volgari, ottusi e tracotanti comportamenti di una discreta porzione della tifoseria inglese, manifestati prima, durante e dopo la finalissima di Euro 2020.

Se anticipare una strafottente manifestazione di giubilo nella certezza di avere già vinto ancora prima di giocare è da deficienti perdenti e da scimuniti meritevoli di una buona revisione cerebrale. Se esplodere anticipato rancore, gonfi di birra e di spavalderia, importunando e spintonando gli italiani nella zona dello stadio di Wembley già dopo un putiferio notturno, resta il segnale di un bestiale senso di superiorità forse affinatosi in secoli di sano colonialismo. Se sputacchiare insulti intorno alla bandiera italiana per poi tagliarla e calpestarla non è un sintomo di enormi deficit intellettivi costantemente disturbati dalla sindrome da “hooligan rintronato”. Se migliaia e migliaia di tifosi senza mascherina e per lo più senza canotta, si aggrumano cantando God Save the Queen e Three Lions non può che suscitare sgomento, calcolando che la sguaiataggine si abbarbica inevitabilmente attorno alle nobili figure della Regina e dei leoni, riducendoli a caricature sfatte e da rimodulare. Se fischiare un inno, che sia anche quello dello Stato Libero di Cuccagna è l’inequivocabile testimonianza della morte del sentimento etico; se dopo il fischio arbitrale, spernacchiando Gigione Donnaruma, che ha parato l’imparabile, i calciatori della nazione dove il calcio è nato si strappano quasi con fastidio e disprezzo le medaglie dal taurino collo, (perché arrivare secondi è un disonore che potrebbe perfino deviare il corso del Tamigi). Se gli Hooligans ma non sono loro, al termine della partita danno vita a una vera e propria caccia all’italiano e all’italiana fuori dallo stadio, tempestando di pugni e calci i tifosi che se ne escono giubilanti con bandiere tricolori, sciarpe azzurre e un certo numero di centurioni non omologati. Se le forze dell’ordine non applicano la corretta intransigenza, quasi simulando mezze incursioni fra corpaccioni sudati e fra volti stravolti da un presumibile attacco di colite e di Chiellinite …

Beh, dopo tutti questi “se”, smarrendo per un attimo e con estremo piacere l’emblematica eleganza dell’aplomb britannico, mi unisco platealmente a Bonucci che esclama “Pastasciutta eh” e alla rivisitazione del tormentone ” It’s coming home” ,” in “It’s coming Rome”, vogliate per lo meno giustificarmi.

A fine gara, l’allenatore Southgate ha dichiarato: “Siamo devastati da come è andata, è difficile trovare parole adesso ma abbiamo dato il massimo”.

E il massimo, a occhio e croce, è scivolato nel Circo Massimo.

La festa deve attendere: “Volevamo il più grande party di sempre ,non ci siamo riusciti, ma abbiamo dato grandi ricordi al Paese. Siamo orgogliosi”.

E questa volta le ventate di orgoglio si smarriscono fra strimpellate di mandolini, imperiosi turbinii di pizza che spande pommarola e di spaghetti all’amatriciana ridondanti barbaro guanciale e rauche voci di camorristi ravvedutisi per una sola notte, prima di addentare il pizzo quotidiano.

Anche sotto la montagna dei luoghi comuni, qualche volta, si rischia di soccombere: a casa propria, mentre sullo zerbino si sfregano suole annichilite, ancorate a un solo trofeo, il Mondiale del 1996 quando le “bombette” degli impiegati della City imperavano conferendo un certo tono di sobria eleganza e la guida dei cocchieri richiamava termini aulici quali automedonte e postiglione.

Che il brumista e il vetturino operano in genere più a sud, dalle parti dello Stivale.

Quello Stivale che sa calciare i rigori.

Nonostante questi tiri Mancini, mi sentirei di esclamare da maggiordomo taroccato “sono desolato, Sir”.

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