Cuba in rivolta

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Un altro punto di vista.

Da tempo non scrivo su Cuba, il luogo dove vivo stabilmente da molti anni. Mi sono deciso a scriverne di nuovo per via degli articoli apparsi in questi giorni su vari giornali, che tentano di spiegare le cause delle manifestazioni di protesta nelle città cubane e che, salvo un paio di eccezioni, mancano il bersaglio.

Tuttavia l’opinionista più importante a essersi espresso è tal Joe Biden, 46° Presidente degli Stati Uniti d’America, che ha sostenuto che l’obiettivo della rivolta sarebbe quello di cambiare il sistema politico-sociale cubano. il sottinteso è che andrebbe cambiato in favore di quello statunitense. Probabilmente nemmeno lui ci crede. Non può credere davvero che in maggioranza i cubani vorrebbero vivere con l’ansia di essere ogni giorno più efficienti e produttivi degli altri, perché se perdessero il lavoro perderebbero pure la casa e si ritroverebbero a dormire sotto i ponti o in una roulotte. Non può credere davvero che qualcuno invidi il mezzo milione di homeless prodotto dal sistema liberista americano; o che siano in tanti a invidiare l’eventualità che i propri figli vengano uccisi a scuola da un pazzo a cui la liberalizzazione delle armi da fuoco permette di avere un arsenale domestico; oppure che muoiano in una sparatoria tra gang; oppure, se sono un po’ scuri di pelle, che vengano ammazzati dal poliziotto razzista di turno. A un cittadino cubano possono mancare tante cose, ma di certo non deve confrontarsi con questi problemi. Se trova qualcuno che dorme per strada non è perché non ha un tetto sulla testa, ma perché semplicemente ha bevuto troppo e si è addormentato prima di arrivare a casa. I suoi figli vanno a scuola sicuri, nemmeno sfiorati dalla paura che un pazzo gli spari. Se deve operarsi al cuore non deve indebitarsi a vita, perché l’operazione chirurgica è offerta dallo stato sociale.

Biden dovrebbe farlo sapere ai cubani di Miami che non diceva sul serio. Così come mentiva quando in campagna elettorale dichiarava che avrebbe proseguito le politiche di Obama e annullato le sanzioni contro Cuba emesse da Trump, e invece non ne ha rimossa nemmeno una. Ma la maggior parte dei migranti che cercano di attraversare i confini con gli Stati Uniti viene da Paesi che hanno lo stesso sistema liberista, peggiorato dalla povertà cronica e dal ricatto degli organismi finanziari internazionali.

Per rendersi conto del tenore di vita di un paese si va a vedere l’aspettativa di vita media e, pochi lo dicono, naturalmente, ma quella di Cuba supera quella statunitense, cioè quella della prima potenza mondiale. E poi la grande idea di Biden, partorita insieme ai repubblicani alla Marco Rubio quale sarebbe? Un corridoio umanitario per aiutare la popolazione cubana. Ma come? Prima mantieni l’embargo e poi offri un corridoio umanitario? Ma non era più semplice togliere l’embargo così magari non c’era bisogno di nessun corridoio umanitario?

Lasciamo perdere le mistificazioni e andiamo ad analizzare le cause della rivolta cubana.

Qualche giorno prima di venire in Italia, mentre passavo in bicicletta per una via della Havana, ho assistito a una discussione tra un ragazzo e un poliziotto, il quale stava proibendo a un gruppetto di giovani di giocare a calcio su un pezzo di strada poco trafficato.

Diceva il giovane, in tono alterato: – Oficial, yo no quiero vivir una vida da zombi! Es tan difícil de entender?

Per certi versi questo piccolo episodio dice tutto.

Molti degli articoli usciti nei giorni scorsi facevano notare che i rivoltosi hanno cambiato lo slogan di Fidel “Patria o Muerte” in “Patria y Vida” cogliendo solo la contraddizione con la frase più celebre, mentre si dovrebbe fare attenzione alla parola “vita”. Perché nessuno muore di fame a Cuba, i prodotti sussidiati dallo Stato che vengono assegnati tramite la famosa “libreta”, e che corrispondono alle 500 calorie giornaliere previste dalla FAO, non hanno mai smesso di arrivare. Lo slogan “Patria e Vita” non si riferisce alla sopravvivenza, ma alla vita che si è costretti a fare con le misure prese dal governo in nome della pandemia. Una vita da zombi. Le restrizioni agli spostamenti e alla frequentazione dei luoghi pubblici in un paese dove normalmente le case non hanno Wi-fi, Netflix e Play Station e la vita sociale si svolge tutta fuori, hanno avuto un impatto enorme sulla popolazione. Per non parlare dell’economia.

Già la chiusura del settore turistico – che era la prima o tutt’al più la seconda entrata economica dell’isola – ha abbattuto le entrate dall’estero. Ma in nome del fatto che con meno movimento interno di generi di consumo ci sarebbero meno contagi è stato rallentato il rifornimento alla rete dei negozi. Così la popolazione deve passare ore e ore in lunghe file per acquistare quei pochi prodotti che arrivano magari solo per un giorno in un solo negozio. Per la stessa ragione molti prodotti non di prima necessità non si trovano più a prezzo calmierato dallo Stato, ma solo dai privati a prezzi esorbitanti. Un esempio sono le sigarette, che normalmente costerebbero 80 centesimi di euro e che adesso si trovano solo a non meno di 3 euro. Così pure il ron, o rum come si chiama da altre parti. Se in un’isola che coltiva prevalentemente canna da zucchero e tabacco mancano le sigarette e il ron non può essere colpa dell’embargo, ma del fatto che l’economia è stata azzerata per arginare la pandemia. E se nei paesi ricchi le conseguenze delle serrate sono state relativamente attutite – e soprattutto le serrate hanno riguardato prevalentemente certi settori economici e non altri -, nei paesi poveri l’idea di chiudere tutto “hasta la victoria” ha avuto ripercussioni ben più pesanti.

La garanzia di non morire di covid è stata scambiata con una non-vita, cioè con la scarsità di beni e la chiusura dei luoghi pubblici (inclusi i parchi), delle scuole (da gennaio a tutt’oggi), dello sport e delle attività culturali e artistiche. Non a caso molti degli attivisti delle proteste sono artisti. Mio figlio per giocare un po’ a calcio deve dileguarsi all’arrivo della pattuglia (proprio come capitava in Italia fino a primavera), e mia figlia, che da quattro anni frequenta un corso di ballo, è ferma da otto mesi. Otto mesi senza poter esercitare i diritti garantiti dall’Unicef: il diritto alla scuola e all’attività fisica.

A questo si riferisce quel “Patria e Vita”, non a voler cambiare regime in favore di quello americano, come sostengono i mestatori. Certo, di governi e di politici che cercano di sfruttare la situazione a loro favore ce n’è eccome, ma senza le ragioni di fondo sopraindicate costoro non troverebbero grandi appigli.

Questa è la cosa che dovrebbe risultare ovvia ai governanti cubani, che invece si stupiscono delle proteste in strada. Così come dovrebbe risultare ovvio che la stragrande maggioranza dei cubani preferisce la tranquillità di un sistema egualitario che garantisce scuola e sanità a tutti, anziché un sistema dove vince il più forte economicamente. Certo che se poi scuola, sport e arti scompaiono, e pure le merci più banali scarseggiano, a chi non verrebbero dei dubbi?

Il governo Diaz-Canel sembra non capirlo. Non si rende conto che per qualche mese si può sopportare una vita deprivata, senza le cose più elementari dell’esistenza, che sono le relazioni tra amici, parenti e conoscenti, e quelle amorose, ma alla lunga uno si chiede se questa è vita. E allora comincia a propendere per sfidare il virus e magari anche le forze dell’ordine, perché una vita da zombie, come diceva quel ragazzo, spinge a un sussulto di ribellione. Ignorare o reprimere questa legittima pulsione non sarebbe un comportamento rivoluzionario. Relegare le ragioni della rivolta all’embargo e alle ingerenze straniere, che pure sono una realtà, sarebbe nascondere la testa sotto la sabbia.

Giancarlo Guglielmi 

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