E se vendessimo la Jungfrau ai cinesi?

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Chi si illudeva di poter fare la voce grossa con l’Europa, blandito dalle fesserie leghiste e UDC, si schianta oggi contro il muro blustellato. Disattesi gli accordi quadro, la Svizzera ha perso lo statuto di paese terzo associato.

Cosa significa? In breve, il mancato accesso a “Orizzonte Europa”, uno dei più ricchi e ambiziosi programmi UE riservato ai ricercatori con un budget a disposizione di 95 miliardi di euro.

Non stiamo qui a sindacare ora se i precedenti accordi quadro fossero o no una buona cosa. Molte misure, soprattutto quelle a protezione dei lavoratori, erano decisamente carenti.

L’UDC fa nonostante tutto la voce grossa, come Pierino che le ha appena prese dal bullo della scuola e millanta: “Me le ha date, ma quante gliene ho dette!”. E sarebbe ora che gli svizzeri aprissero gli occhi. La politica più intelligente è quella di collaborare coi vicini europei, che ci piaccia o no. Bisogna essere astuti, diplomatici, concedere qualcosa per avere qualcosa in cambio. L’illusione del ridotto del Gottardo come nella Seconda guerra mondiale, è un mito cretino e impraticabile che portano avanti solo le destre estreme.

I motivi sono duplici: additare l’Europa come nemico è pagante, se ci aggiungiamo la piccola Svizzera, che vede negati i suoi diritti più fondamentali il quadro di battaglia è perfetto. Inoltre, se l’Europa, come in questo caso, mette in atto dei cambiamenti, che erano peraltro stati previsti dopo l’abbandono degli accordi quadro, diventa la cattivona, come se noi avessimo sempre tutti i diritti senza avere i doveri.

Smettiamola con le illusioni: fuori dall’Europa uguale fuori dai vantaggi che l’Europa concede.

Eppure la cosa, che non tocca la maggior parte della popolazione è grave. Detto in parole povere, scienziati e ricercatori elvetici avranno accesso limitato ai progetti e ai finanziamenti europei. Mica roba da poco. Il grosso rischio è di vedere, col tempo, una fuga di cervelli svizzeri verso l’estero, visto che in patria non si batte chiodo. La cosa è grave perché il maggior atout della Svizzera sono proprio i suoi cervelli e l’innovazione. La Svizzera, per fare un esempio, è il paese col maggior numero di domande pro capite presso l’ufficio europeo dei brevetti.

Ripeto, qui non conta quanto siano giusti o no degli accordi che codificano il commercio e le leggi con l’Europa. Ed è vero che certe pretese europee, per la Svizzera, sono difficili da digerire, soprattutto gli aiuti di Stato a cantoni per aziende elettriche e banche cantonali, aiuti che secondo la UE, distorcerebbero il mercato.

E se da una parte possiamo temere un peggioramento di certe condizioni, accettando gli accordi bilaterali, dall’altra non siamo in condizione di fare pressione. Unica arma, sventolata dall’UDC, è il miliardo di coesione che dovremmo versare alla UE e qui ci si fa abbindolare di nuovo dalle fanfaluche democentriste.

Illudersi di “ricattare” la UE con un miliardo, quando solo il progetto da cui siamo stati esclusi ne ha come budget 95, fa capire la disparità di forze in campo. Ripeto, cercare un accordo con l’Europa, non è un opzione, è una necessità. Fare le caricature della von der Leyen sul Mattino della Domenica o sventolare il miliardo di coesione come ricatto, equivale a prendere a sassate la corazzata Bismarck. Corazzata che se si scoccia può decidere di prenderci a cannonate. Solamente i proiettili oggi non servono più, sono sufficienti embarghi, dazi, e blocchi commerciali. E la Svizzera, non è in grado di trattare, a meno che non decida di vendere anche la Jungfrau ai cinesi e mettersi il cuore in pace.

Perché da soli non si danza, ci servono dei partner, e se schifiamo i vicini europei siamo ai margini del ballo della scuola e ogni farabutto fuori dall’entrata della palestra è buono per fare coppia.

Col rischio però che quando ci porta a casa a mezzanotte, facciamo una brutta fine…

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