Giulia e il peso della colpa

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C’è chi fugge. Chi, dopo aver provocato un incidente, tenta la fuga. Smarcandosi dalla realtà. Come a volersi immediatamente scrollare di dosso la colpa, cancellando così quel che si è fatto. Dribblando le proprie responsabilità. Quante volte lo abbiamo letto nelle pagine di cronaca. E ogni volta tutti quanti a incendiarci di rabbia per quell’ingiustizia che si fa doppia. Con la beffa che si somma al danno. Poi però ci sono storie tragiche, ammantate di un dolore che non si cancella, di chi quel senso di colpa non riesce proprio a superarlo. È il caso di Giulia che due anni fa investì un uomo uccidendolo. E due anni dopo si è tolta la vita.

Era la sera del 5 luglio del 2019, quandoGiulia, una ragazza trentenne di Padova, al volante della sua auto, proprio mentre si stava recando in centro, aveva inavvertitamente perso il controllo del veicolo andando a sbattere e provocando una carambola di auto. Destino vuole che in quel momento, sull’altra corsia, in direzione opposta, stesse arrivando un uomo in scooter. Valerio, 62 anni. Ed è proprio nell’anniversario della sua morte, di quella di Valerio, che Giulia si è tolta la vita. Un messaggio chiaro. Quello di una donna fragile che non è stata più la stessa, incapace di emanciparsi da quanto era accaduto appena due anni prima. 

A incasinare, a complicare tutta questa vicenda c’era stato poi il suo test del sangue, eseguito subito dopo l’incidente, un esame dal quale era emersa la presenza di cocaina e benzodiazepine, ragion per cui Giulia era stata prima arrestata e poi condannata a quattro anni da scontare in lavoro per i servizi sociali. Nel frattempo, lei aveva scritto una lettera ai famigliari di Valerio. Lo aveva fatto per chiedere scusa. Per cercare un briciolo di sollievo. Eppure malgrado avesse ricevuto il loro perdono questo non era bastato a placare quel tarlo che ormai la stava divorata dal di dentro.

Lo scorso 5 di luglio Giulia si è buttata sotto un treno, incapace di gestire quel senso di colpa che la stava poco alla volta consumando. Del resto, per capire lo stato d’animo della poverina, ci è di aiuto una preziosa immagine dello scrittore David Foster Wallace che, per far capire qual è l’invisibile agonia raggiunta da chi decide di suicidarsi, paragona lo sciagurato a una persona intrappolata in un palazzo in fiamme che finisce col buttarsi nel vuoto. Perché quando le fiamme sono vicine, morire per una caduta diventa il meno terribile dei due mali. Non è il desiderio di buttarsi il punto, ma il terrore delle fiamme. Il doverci convivere.

L’abbiamo perdonata – ha commentato il figlio di Valerio interpellato dalla stampa riguardo al gesto di Giulia – certo ci abbiamo messo un po’ ma avevamo capito, ci dispiace tantissimo per questa tragedia”.  E quindi ecco che la storia di Giulia acquista improvvisamente un altro valore. In maniera quasi inaspettata, apre uno squarcio sul dolore di chi, dopo aver commesso un crimine o un omicidio, dovrà per il resto della propria vita fare i conti con i crampi della propria coscienza. E dovrà, proprio come lei, reggere il peso delle proprie scelte, che saranno ancor più un macigno se, alla resa dei conti, si riveleranno scelte fatalmente sbagliate. 

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