Il “Trota” condannato a due anni e mezzo

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È stata emessa la sentenza di appello per la ” Rimborsopoli in Lombardia”, nell’ambito del processo per peculato scaturito dalle ” spese pazze” al Pirellone, spese così folli e assurde da lasciare interdetti: la Seconda Corte, ha accolto la richiesta di patteggiamento dell’intraprendente e avvenente Nicole Minetti e ha confermato la condanna a due anni e mezzo per Renzo Bossi, il figlio del fondatore e leader storico della Lega Umberto.

Per i 51 imputati coinvolti nel maxi procedimento con l’accusa di peculato, sono state finalmente definite le condanne a fronte il colossale scandalo che ha coinvolto ex assessori ed ex consiglieri della Regione Lombardia, gioiosamente depredata con fantasiosi voli pindarici di malversazione e appropriazione indebita.

Nella cronaca primeggiano nomi di primo piano, a partire dal rampollo dell’inventore del “celodurismo” e dell’imbottigliamento delle ampolle dal Po sulla via di Damasco.

Renzo Bossi, ribattezzato dai media  “il Trota”, con un riferimento relativamente velato al suo ruolo di “delfino” poco acquatico e bizzarramente terricolo e di personaggio tragicamente distante dall’acuto tatticismo e dalla sagacia politica del padre, un “Trota” protagonista di spese così allegre da fare scompisciare per l’ampiezza dei bagordi perpetrati, attraverso l’agile escamotage dei rimborsi regionali.

Il disinvolto Renzo, nel lasso di tempo tra il 2010 e 2012, si sarebbe appropriato della somma complessiva di oltre 15.000 euro – noccioline immeritevoli di essere iscritte a bilancio- nel bailamme di un pletorico quanto surreale “Conto spese” ove compaiono quintalate di caramelle, gomme da masticare (e poi ovviamente da sputare in libertà), cocktail come mojito, negroni e campari, patatine ai gusti vari, barrette ipocaloriche, giornali, giornalini (pare con una certa preferenza orientata verso Tex Willer), sigarette rigorosamente con il filtro, un IPhone, auricolari vari, un computer con tanto di tastiera elementarizzata e da ultimo il libro “Carta straccia” di Giampaolo Pansa.

Non da meno risulta dovizioso e articolato l’elenco di dissipazioni imputabili a Nicole Minetti, conosciuta anche come “La Pavonessa” , beneficiaria di un liberale quanto non scontato appannaggio di circa 20’000 euro, soprattutto utilizzato per pasti in ristoranti giapponesi di un certo livello, rigeneranti sedute in palestra, spazzolini, salatini, merendine dietetiche  e per l’acquisto del libro dall’emblematico titolo “Mignottocrazia” di Paolo Guzzanti.

L’ex igienista dentale di Silvio Berlusconi, ben nota anche per il caso Ruby, si evidenzia pure per l’aggregante e fantasioso concorso nella dilapidazione dei fondi pubblici assegnati ai singoli gruppi regionali, quasi arrivati allo sfinimento nel rubricare infiniti moduli indicanti il rastrellamento  di torroni duri e morbidi, gratta e vinci (soprattutto gratta), cartucce da caccia, merende con piadine e nutella, cene a base di aragosta, creme ammorbidenti e unguenti rassodanti.

Il tutto per la smodata modica cifra di tre milioni di euro. 

A Nicole La Pavonessa sono state contestate, come appendice integrativa, cifre per l’acquisto di oggettistica Ikea, da montare con assoluta calma, fra un frase e l’altra ormai giustamente celebrate :

” Ti devo briffare, ne vedrai di ogni!” e ancora ” Io, per lui, sono stata sputtanata…lui magari, domani non c’è più…ma noi abbiamo trenta anni, abbiamo una vita davanti…e la gente si ricorda. Io rischio grosso per colpa sua” per finire con una sincopata e creativa “Ascolta amica chips, ma tu a che ora arrivi in station?”

Per un connaturato senso ancorato alle pari “disopportunità” , chiuderei con  un paio di perle di saggezza del “Trota” : 

“Nella vita penso si debba provare tutto tranne due cose: i culattoni e le droghe”  e a sfumare “Un ponte tra Varese e l’ Australia, quindi sarà possibile trovare tanti canadesi in giro per la città”

Se le spese regionali sono pazze, queste locuzioni sono per lo meno da considerarsi alienate, psicopatiche e un tantino incolte.

Incolte anche a livello di “Incorte d’Appello”.

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