La protesta a Cuba

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Piuttosto ciclicamente c’è chi torna a gufare su Cuba e dà per finito, oppure ormai alla frutta, il regime. Però quel che è sicuro è che domenica, come raramente era capitato negli ultimi decenni, migliaia di persone hanno affollato strade e piazze de L’Avana e di altre città dell’isola caraibica per esprimere il proprio dissenso contro il vertiginoso aumento dei prezzi, la carenza di generi di prima necessità e di energia elettrica, tutti effetti della crisi economica che ha colpito duramente il Paese anche a causa della pandemia di Covid-19. Ma non solo, visto che anche stavolta non manca lo zampino degli Stati Uniti.

La recente protesta ha ricordato ciò che era accaduto nel 1994, quando decine di migliaia di persone avevano manifestato nella capitale sul lungomare Malecón, nel mezzo di un’acuta crisi economica causata all’epoca dal disfacimento dell’Unione Sovietica. A trent’anni di distanza la cosa si ripete in un momento parecchio difficile per l’economia cubana che, vivendo principalmente di turismo, si è trovata a dover fare i conti con il contraccolpo subito nel corso dell’ultimo anno e mezzo. Una situazione economica ormai al limite del collasso. A detta di alcuni osservatori, è la peggiore crisi da trent’anni a questa parte.

Partita inizialmente nelle città di San Antonio de los Baños e di Palma Soriano, la recente protesta si è alimentata ed estesa grazie alle immagini circolate sui social, arrivando così a toccare anche L’Avana. Ad avervi partecipato sono stati soprattutto giovani cubani che, una volta in strada, hanno urlato slogan contro le autorità. E, a proposito di social, il consigliere per la Sicurezza nazionale della Casa Bianca, Jake Sullivan, con un tweet ha espresso il sostegno degli Stati Uniti alla “libertà di espressione e riunione a Cuba”, mettendo in guardia il regime dal ricorso alla violenza contro “manifestanti pacifici”. 

Peccato però che, se le cose sull’isola vanno a rotoli, è anche grazie alle nuove sanzioni imposte da Donald Trump quando era in carica come presidente degli Stati Uniti. E per anni Cuba ha dovuto fare i conti con l’embargo statunitense che, di fatto, non ha certo dato una mano nel sostenere l’economia e la popolazione cubane. Del resto, alla solita dichiarazione pelosa giunta da Washington, non è tardata ad arrivare la replica del ministro degli Esteri Bruno Rodríguez che a Sullivan ha risposto twittando: “Non ha nessuna autorità politica o morale per parlare di Cuba“. 

Del resto, lo sanno anche i sassi, se c’è una cosa che va riconosciuta al governo cubano è proprio quella di aver resistito, in tutti questi anni, alle continue pressioni e alla sovversione finanziata dal governo americano che ha sempre vissuto Cuba come una spina nel fianco, mentre sull’isola si costruivano ospedali, scuole e si cercava di dimostrare al mondo che una terza via era possibile. Dimostrando che il capitalismo non è l’unico modello economico vincente, anzi. Intanto però risulta difficile far le nozze coi fichi secchi. Anche a Cuba. Mentre la pandemia è a un livello di allerta e, finora, sull’isola ha fatto poco più di 1.500 morti.

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