La rivoluzione più amata

Pubblicità

Di

Cuba può piacere o non piacere. Il problema è che divide gli animi. Da una parte la sinistra che vede nell’isola affacciata sul golfo del Messico l’ultimo bastione di una romantica rivoluzione di popolo, tra le più pure e genuine. Una rivoluzione che ha regalato al mondo l’icona quasi religiosa, ancora oggi venerata a Cuba, di Ernesto Guevara Lynch de la Serna, detto Che.

Dall’altra la destra liberista filo statunitense, che spera da decenni nel crollo di una struttura che è oggettivamente continuo memento e spina nel fianco. Anche solo per i suoi successi, con un’alfabetizzazione che arriva praticamente al 100%, una mortalità infantile più bassa di quella statunitense e un sistema sanitario mirabolante e gratuito per tutti i cittadini, cosa che rimane un miraggio negli USA.

Che ci sia sempre stato chi critica il regime cubano è un dato di fatto. D’altra parte è anche vero che la dittatura cubana è un regime decisamente blando se rapportato ad altre dittature ma anche a alcune democrazie. Se Cuba è al 171esimo posto per libertà di stampa, la “democrazia” russa di Putin, si situa al 151esimo posto. 

Le manifestazioni contro il regime e contro il presidente Díaz-Canel di una settimana fa, sono in realtà più delle lamenetele legate al benessere economico che una protesta politica: 60 anni di embargo statunitense, inasprito ulteriormente sotto la presidenza Trump, i blocchi finanziari, il crollo del turismo (possibilità di indotto supplementare per molti cubani) dovuto al Covid, ha dato il colpo di grazia, esasperando la popolazione.

Non è perciò una questione politica, quanto pratica. E ne è anche una cartina di tornasole l’informazione occidentale, che ha immediatamente informato il mondo delle proteste, ignorando quasi totalmente invece le contromanifestazioni con decine di migliaia di persone che sostenevano il regime. Sui post nei social, la classica disinformazione parlava di massacri di donne e bambini. Un’idiozia totale, al massimo si possono contare alcuni feriti. E se pensiamo al macello che hanno fatto i gilets jaunes in Francia e alle violente reazioni di polizia, ci rendiamo conto che è meglio protestare a Cuba che a Parigi.

La Tortura? Che risulti, l’unica struttura dove si pratica la tortura a Cuba è la prigione di Guantanamo, unico lembo di territorio cubano in mano agli USA.

Qualcuno diceva: se sei un ricco o un borghese, Cuba può essere l’inferno o il Purgatorio, ma se sei povero, è un paradiso. Ed è oggettivamente una realtà, che il cubano povero ha delle condizioni che i poveri di tutta l’America latina si sognano.

Quello che è effettivamente incomprensibile, è l’embargo ormai pluridecennale verso l’isola, che ne ha impedito lo sviluppo, asfissiandola piano piano fino a rendere quasi impossibile erogare alcuni servizi. E non parliamo di dittatura. Per troppo tempo gli stessi statunitensi che starnazzano per Cuba hanno retto la coda a regimi agghiaccianti in mezzo Sud America, dalla dittatura dei generali argentini al regime di Pinochet in Cile, due tra le più sanguinose dittature latinoamericane con al seguito decine di migliaia di morti e torturati. E molti ricordano il finanziamento Usa della guerriglia dei contras in Nicaragua, con l’uccisione e la tortura di innumerevoli uomini, donne e bambini.

Insomma, la sinistra mondiale non può non amare Cuba, ex cortiletto statunitense ai tempi di Fulgencio Batista, covo di corruzione e speculazioni. E la destra non può che odiarla, perché a resistito sino ad oggi nonostante il cappio strangolatore dell’embargo Usa.

Chi esultava dando Cuba per morta, forse è stato troppo precipitoso. Se i cubani sono certo molto critici verso il loro regime, hanno anche la consapevolezza di essere, per certi versi, dei privilegiati. Saranno comunque gli anni a venire, con i prossimi passi della diplomazia Usa, a decidere se la strada sarà quella dell’apertura varata sotto l’amministrazione Obama o il proseguimento delle nefandezze Trumpiane.

Cuba ha ben presente una massima del Che, che in quanto a frasi celebri è secondo solo ad Oscar Wilde:

“Chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso”. Ce lo ha insegnato lui e gli 82 compagni che sulla Granma “invasero” cuba dando il via se non alla più grande rivoluzione del secolo scorso, di certo alla più amata. 

Pubblicità

GAS è gratuito, perchè riteniamo fondamentale che il maggior numero di lettori possibile possa avere un’informazione alternativa rispetto alla stampa ufficiale.

Il nostro lavoro, tuttavia, comporta degli investimenti. Abbiamo scelto di non ricorrere alla pubblicità per non “sporcare” il sito con annunci pubblicitari, e mantenere la nostra indipendenza rispetto al mondo imprenditoriale ed economico. Ci sosteniamo solo tramite le adesioni dei nostri soci e le donazioni dei nostri lettori.

Se anche tu vuoi aiutarci ad andare avanti nel nostro lavoro di informazione indipendente e alternativa, puoi contribuire diventando socio di GAS oppure con una donazione libera. Grazie per il tuo supporto.

NO,GRAZIE!