L’onore di portare la bandiera

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Evidentemente i pruriti dovuti ai successi o agli insuccessi degli atleti stranieri o di colore nelle Nazionali, non sono solo un appannaggio britannico o nostrano (leggi qui sotto).

Anzi, l’Italia purtroppo, ci ha tristemente abituati, soprattutto durante l’era Salvini, a un odio inutile e reiterato verso quelli che sono ritenuti italiani di serie B.

L’ultima polemica, riguarda la pallavolista Paola Egonu, giocatrice dell’Imoco Volley Conegliano e inserita nella Nazionale per le olimpiadi. La Egonu, padre nigeriano e madre del Benin, è italiana e di colore. Paola dovrebbe essere inoltre una delle portabandiera del vessillo olimpico, designata dal CONI (Comitato Olimpico Nazionale Italiano). Questo evidentemente crea enorme fastidio agli amanti della famiglia tradizionale, cattolica, bianca ed eterosessuale, di cui il triste e celebre Mario Adinolfi è degno rappresentante.

Che la Egonu sia una delle più forti pallavoliste al mondo, con il record assoluto di 47 punti realizzati in un’unica partita e decine di trofei al suo attivo è un problema che non sfiora Adinolfi. Il punto è che è nera. 

Come è nera la lanciatrice del peso Danielle Frederique Madam, camerunese, cinque titoli nazionali e bronzo assoluto nella sua disciplina, nata in Italia ma non naturalizzata. Per questo rimane un “fantasma” (come dice lei) per lo Stato, cosa che le ha reso ancora più difficile la carriera sportiva. Madam è anche stata commentatrice sportiva durante gli Europei in Rai a “Notti azzurre”. 

O come Larissa Yapichino, figlia della celebre Fiona May, lunghista e detentrice del record mondiale indoor under 20.

E nere erano le 4 atlete italiane che vinsero la staffetta 4×400 ai giochi del mediterraneo (leggi qui sotto).

E tanti atleti neri e stranieri ci sono anche a casa nostra. Evitando facili cliché, c’è però un’evidenza nella supremazia africana in alcuni sport (leggi qui sotto).

A chi, come me, non frega un fico secco della sfumatura della pelle e vede solo l’orgoglio quando un atleta svizzero vince un titolo, una partita o una medaglia, risulta difficile capire gente come Adinolfi che appartiene, e non mi vergogno a dirlo, alla categoria di persone che nel mio animo oscillano tra il disprezzo e la pena.

Disprezzo per l’incapacità di accettare la diversità in tutte le sue forme (non a caso Adinolfi è un paladino della “famiglia tradizionale”) pena per una persona che ha evidenti problemi e che vive paure che io non sono in grado di comprendere.

Quello che Adinolfi e la sua gente definiscono “moda” o “conformismo”, è semplicemente un cambiamento in atto in tutte le società, che giocoforza negli ultimi anni di globalizzazione, sono diventate multietniche. Farsene una ragione è una questione di logica, non di fede. Al mondo ci sono persone, atleti. Ci sono quelli in gamba, etici, coraggiosi e ci sono quelli antipatici, truffaldini e biechi. In quella grande massa, il colore si fonde, si mescola e finisce per non avere senso di fronte alla bellezza di certi gesti, sportivi e non.

A me interessa che un atleta dia l’esempio, lo dia a noi e alla nostra gioventù, non mi interessa che sia bianco con gli occhi azzurri e un pedigree ariano di cinque generazioni.

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