Ma abbiamo vinto?

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Poche guerre sono state brutte e sporche quanto quella in Afghanistan. Tra conseguenze mondiali ben visibili oggi e una interminabile sequela di fallimenti, gli USA finalmente si preparano a levare le tende. Ma non è affatto detto che questa sia una buona cosa – e d’altra parte, combattere a oltranza non ha certo funzionato.

La guerra, iniziata nel 2001 per (a grandi linee) rovesciare il governo dei talebani e catturare i presunti responsabili degli attacchi terroristici dell’11 settembre, si è da subito rivelata una faccenda confusa e molto difficile da approcciare. L’Afghanistan gode della fama di “cimitero degli imperi”, fama sicuramente drammatizzata (non ci sono veri e propri esempi di un conflitto nella zona che sia stato un punto di non ritorno per qualche impero) ma dovuta a fattori anche pratici. L’Afghanistan è un paese nel quale il potere e la politica sono gestiti su base tribale e religiosa, con infrastrutture insufficienti e una geografia che proibisce la guerra di movimento imparata dal mondo negli anni precedenti.

La missione americana e alleata nella zona era inizialmente semplice: assistere il nuovo governo afgano finché esso non fosse stato capace di fronteggiare da solo i vari gruppi di militanti islamisti e il governo rivale retto dai talebani. Le cose, come tutti sappiamo, non sono andate secondo i piani.

L’idea che quella terra aspra e bellicosa sarebbe stata domata da un governo fantoccio creato per rispondere a interessi occidentali più che afgani si è disfatta sotto gli occhi tutti. La stessa logorante guerriglia di montagna che ha convinto i sovietici a ritirarsi è rimasta un problema anche per i paesi dell’anglosfera coinvolti nella guerra.

La strategia è quindi cambiata: non più appoggio nel combattimento, ma nation-building: termine inglese che sta a significate “costruzione nazionale”. Il piano consisteva nell’investire in infrastrutture che avrebbe reso il paese più connesso, facilitando il compito al governo afgano. Allo stesso tempo viene offerto addestramento occidentale alle truppe governative e sostegno materiale in armi, munizioni e combustibile.

Inizialmente, questo nuovo approccio viene accolto a braccia aperte: l’allora presidente Obama ha annunciato il cambio di strategia suggerendo che avrebbe significato il ritorno a casa di molti soldati. Il processo però è andato a rilento. E le ragioni per cui è andato a rilento sono le stesse che oggi, ad appena due mesi dal termine imposto dall’accordo di Doha (11 settembre 2021), ancora rallentano il ritiro delle truppe. 

I problemi non hanno tardato ad arrivare. I nuovi progetti infrastrutturali hanno fornito numerosi bersagli a talebani e milizie, e la costante presenza di personale militare occidentale non è mai stata ben vista dalla popolazione locale. I talebani hanno gradualmente ritrovato la loro forza e influenza. Soprattutto nelle zone attraversate dalla “ring road” – una strada ad anello che avrebbe dovuto collegare tutto il paese, ma che dopo anni e miliardi spesi versa in condizioni pessime ed è per la sua maggioranza controllata dai talebani. 

Inoltre il governo, come ampiamente esposto dal pluripremiato documentario “this is what winning looks like – questo è l’aspetto che ha il vincere” era e rimane incapace di fronteggiare la minaccia. Manca infatti di ufficiali professionisti, tecnologia, risorse e mezzi. Questo mette gli alleati occidentali in una posizione molto scomoda: Rimanere vuol dire peggiorare la situazione convincendo altre persone a schierarsi nei ranghi dei talebani pagando un costante tributo in denaro e sangue. Andarsene vuol dire lasciare il governo afgano in balia di un nemico che non può sconfiggere. 

I talebani, dal canto loro, sono apertamente consci della situazione. I portavoce hanno riferito che ogni soldato americano rimasto su suolo afgano (inclusi coloro a guardia dell’aeroporto di Kabul o dell’ambasciata americana) dopo il termine stabilito dal sopracitato accordo di Doha saranno considerati bersagli. 

Una simile minaccia indica una certa fiducia da parte del governo rivale talebano. Dipinto come un ristretto nucleo di terroristi e nulla più dalla stampa occidentale, i talebani sono in realtà un’organizzazione capace di giocare al tavolo dei grandi. Godono di ampio sostegno popolare, e recenti scelte politiche hanno contribuito a rendere il movimento – almeno apparentemente – più moderato e meno fondamentalista. Mosse che alcuni analisti, tra cui il Dr. Gohel dell’Asia Pacific Foundation, considerano come preparativi per un tentativo di prendere definitivamente controllo della nazione. I talebani si starebbero preparando a rendersi più accettabili dalla parte di popolazione che ancora li oppone.

Questa timida “normalizzazione” del governo talebano non deve però farci rimanere troppo tranquilli. E infatti, capoccioni inglesi e americani non lo sono per niente. Il timore è dovuto al fatto che i talebani al potere potrebbero causare una resurrezione di Al-Qaeda, che si troverebbe nuovamente nella posizione di colpire a ovest. Questa non sarebbe chiaramente una buona notizia, ma il timing la rende anche peggio: nell’ultimo periodo il territorialmente defunto stato islamico di Iraq e Levante (ISIS) ha fatto quello che ci si aspettava. Si è trasformato in un network di insorti che non controllano territorio, ma agiscono segretamente e rimangono capaci di causare morte e distruzione. Le due organizzazioni terroristiche sono rivali, ma due sette radicali e sanguinarie da gestire allo stesso tempo iniziano a essere troppe. 

Il collegamento tra talebani e Al-Qaeda non è ben documentato, ma rapporti informativi delle forze armate britanniche rivelano come questo possibile collegamento sia una vera preoccupazione per le alte sfere militari almeno dal 2008. Il recente shift politico dei talebani potrebbe essere visto come un tentativo di distanziarsi dall’estremismo di Al-Qaeda ma, sempre il Dr. Gohel, che ha speso molti anni a studiare nello specifico i gruppi estremisti nella regione, sembra convinto del peggio:

“I talebani sono inseparabili da Al-Qaeda, per via di obbligazioni familiari, culturali e politiche che non potranno essere abbandonate anche se ci fosse una sincera volontà di farlo da parte della leadership”.

L’incognita del rapporto tra talebani e Al-Qaeda è di primaria importanza. L’ex gruppo di Bin Laden potrebbe ricevere sussidi governativi, o proliferare nel caos di un governo fallito dei talebani. L’impressione è che ci sono pochi scenari in cui la minaccia per l’occidente scompaia. 

Comunque vada, le tribolazioni per il popolo afgano non sono ancora finite. Ci auguriamo tutti la pace, ma un simile disastro geopolitico dovuto al maldestro intervento americano non si risolverà certo da se. Sicuramente, non in modo pacifico. 

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