Migranti morti in mare: nel 2021 sono raddoppiati

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Sono oltre mille le persone annegate da gennaio a oggi. Il doppio rispetto al 2020. Morti silenziose, affogate dall’acqua e da una comunità internazionale che, per troppo tempo, ha girato la testa dall’altro lato. 

Quel che succede in mare non fa più notizia, e lo diciamo senza vena polemica o “buonista”. È un dato di fatto, i temi del giorno sono altri e, per il bollettino delle vittime che miete il Generale Mediterraneo, si fatica a trovare spazio, anche fra le brevi, sui giornali.

Ma il semplice fatto che non se ne parli, non significa che il problema non ci sia. Infatti in mare si continua a morire ancora e quest’anno, ad aver perso la vita fra le gelide onde, nel disperato tentativo di raggiungere le coste europee – e non solo – , sono state almeno 1’146 persone. E, ricordiamo, che siamo solo a luglio. 

A renderlo noto l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) tramite comunicato. Una triste conta che, se confrontata con gli anni passati, diventa ancora più angosciante. Infatti, sono state 513 le morti nel 2020 nello stesso periodo, e 674 nel 2019.

Analizzando invece il luogo dove questi migranti hanno trovato la propria fine, possiamo constatare che la maggior parte dei decessi è avvenuta nel Mar Mediterraneo (896), con un aumento pari al 130% rispetto allo stesso periodo del 2020. Di queste persone, 741 sono morte nel Mediterraneo centrale, la rotta più pericolosa al mondo, 149 invece nel Mediterraneo orientale e sei sono annegate nel tentativo di raggiungere la Grecia via mare dalla Turchia.

Ma il fenomeno non interessa solo il “nostro” Mar Mediterraneo, poiché altre 250 persone hanno perso la vita in acqua, nell’Atlantico, cercando di approdare alle Isole Canarie.

È importante ricordare che le cifre non rispettano la realtà, perché sono molto inferiori. Ci sono, come sottolineato dalla stessa Oim, centinaia di naufragi di cui non sappiamo niente. Centinaia di individui di cui si sono perse le tracce, inghiottiti dal profondo blu, e che non possono essere registrati.

Il direttore generale di Oim, Antonio Vitorino, in una nota ha affermato che “L’organizzazione ribadisce la richiesta agli Stati di adottare misure urgenti e proattive per ridurre la perdita di vite umane sulle rotte migratorie marittime verso l’Europa e per rispettare gli obblighi previsti dal diritto internazionale. Aumentare gli sforzi di ricerca e soccorso, mettere in atto meccanismi di sbarco prevedibili e garantire l’accesso a rotte migratorie sicure e legali sono passi chiave per raggiungere questo obiettivo”.

La Libia spara ai migranti

Il migrante trova la propria fine in mare per colpa di una imbarcazione inadeguata a un viaggio simile, ma forse, a bucare gommoni, legno e ferraglia, non è stata sempre la furia delle onde. 

Spieghiamo meglio la nostra accusa. Un paio di settimane fa, la Ong Sea-Watch, che si occupa di monitorare quanto avviene nel Mediterraneo, diffonde un video, in cui si vede la guardia costiera libica sparare e cercare di speronare un barca, su cui a bordo ci sono 63 persone, nella zona *SAR maltese.

L’organizzazione non profit tedesca, ma non solo, afferma che l’episodio, non è un caso isolato, è una pratica ben consolidata dalle autorità libiche. 

Ora, noi non siamo esperti di convenzioni e norme internazionali marittime, però ci sfugge come sia possibile che una guardia costiera straniera possa entrare nell’area di mare di competenza un’altra nazione (senza che questa faccia nulla) e cercare di affondare un’imbarcazione, aprendo il fuoco per giunta. 

Come è possibile che nessuno faccia nulla e che anzi, si dia sostegno a questo modo di agire, dato che l’UE dà fondi e mezzi alla Libia e alla sua guardia costiera. 

L’Europa come giustifica questo atteggiamento monco, quasi bipolare, dove da una parte si schiera per i diritti e per una politica migratoria volta all’accoglienza, e poi dall’altra finanzia chi questi diritti li viola, e vede l’accoglienza come una cosa da essere fatta con un fucile in mano, possibilmente carico. 

Ma l’Europa da che parte vuole stare? E soprattutto, davanti a questi bollettini, video e documenti, vuole decidersi a fare qualcosa? 

*Ogni paese stabilisce la propria “zona SAR” (“Search and Rescue”), nella cui area di competenza è tenuto a prestare soccorso.

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