Philip Morris, stop sigarette?

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Di recente Jacek Olczak, l’amministratore delegato della multinazionale americana del tabacco che ha il suo quartier generale operativo a Losanna, ha spiazzato tutti affermando che il tabacco dovrebbe essere trattato come le auto a benzina, che saranno vietate dal 2030. Dunque basta sigarette? Ma è mai possibile che un’azienda da 80 miliardi di dollari di fatturato e più di settantamila dipendenti, con un utile netto di 8 miliardi l’anno, abbia deciso di fare harakiri? 

Per Jacek, il primo polacco alla presidenza di un’azienda di rilevanza globale, Philip Morris potrebbe “vedere il mondo senza sigarette … e in realtà, prima succede, meglio è per tutti”. Ed è proprio per questa ragione che l’amministratore delegato del maggior colosso legato alla produzione e alla vendita di sigarette ha chiesto al governo del Regno Unito di vietarle entro un decennio, con una mossa che, se venisse approvata, metterebbe al bando anche lo storico marchio Marlboro. 

Ovviamente la notizia è stata ripresa dalla stampa di mezzo mondo, ma c’è comunque da chiedersi se dietro a una dichiarazione così roboante non si nasconda altro. Non perché si debba per forza fare della dietrologia a ogni costo, quanto piuttosto per le trovate che in passato in più di un’occasione l’industria del tabacco ha saputo escogitare pur di rimanere a galla e macinare miliardi e miliardi di utili sui milioni e milioni di morti che la dipendenza dalla nicotina e il fumo mietono da sempre.

L’Organizzazione mondiale della sanità stima che il fumo provochi ogni anno circa 8 milioni di morti, di cui 700.000 solo in Europa. Anche se i veri affari le compagni del tabacco, già da qualche tempo, non li fanno più in Occidente ma nei paesi emergenti dove, guarda caso, le restrizioni e le campagne d’informazione sui pericoli per la salute legati al fumo sono blande se non addirittura inesistenti. Del resto, soprattutto in passato, il successo commerciale della sigaretta è sempre andato a braccetto con il marketing pubblicitario. 

Ecco perché, dopo che Camel nella pubblicità degli anni Cinquanta si vantava che le sue sigarette erano in assoluto le preferite tra i medici, oggi, augurarsi che queste vengano bandite è un altro modo con il quale si sta cercando di tranquillizzare l’opinione pubblica, quasi a voler dimostrare di essere dei bravi ragazzi e non, come sostengono i loro più accesi detrattori, soltanto dei trafficanti di morte.

No, Philip Morris ha ribadito la volontà che metà del suo fatturato in futuro provenga da prodotti che nulla hanno a che spartire con il fumo. Di Più, l’azienda si trasformerà in una “società improntata all’assistenza sanitaria e al benessere”. E per dimostrare le proprie buone intenzioni ha anche lanciato un’offerta d’acquisto da un miliardo di sterline per Vectura, una società farmaceutica britannica che produce inalatori per l’asma. Eppure, per gli attivisti contro il fumo, c’è appunto puzza di fumo.

C’è chi sostiene che le aziende del tabacco, in questo momento, stiano semplicemente bluffando facendo il doppio gioco, ponendosi come parte della soluzione di un mondo senza fumo, pur continuando a vendere e promuovere in modo aggressivo i propri prodotti che hanno nel tabacco il proprio core business. E poi sappiamo bene come Philip Morris e compagni di merende si siano da tempo attrezzati sfoggiando vaporizzatori e sigarette elettroniche quali alternative alle sigarette tradizionale. Aggeggi che pur riscaldando il tabacco senza produrre fumo sono comunque dannosi per la salute, tanto quanto la paglia, la cicca, la bionda, la sigaretta del bel tempo che fu.

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